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"Rigori sbagliati? No, parati. I portieri adesso studiano"

Quanti errori. L’ex granata, primo in Italia a respingere un penalty a Maradona, spiega perché "chi tira ha paura"

"Rigori sbagliati? No, parati. I portieri adesso studiano"
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«Io che al Toro ho dato il sangue vi spiego come ho parato un rigore a Maradona ». Renato Copparoni non è sorpreso dagli errori dal dischetto di Nzola o Stanciu, lui che quarant’anni fa (era il 2 marzo 1986) fu il primo italiano a fermare Diego Armando.

Come si ipnotizza il giocatore più forte del mondo?

«Due settimane prima Maradona tira un rigore contro Giuliano Giuliani, che si butta molto prima che Diego calci».

E lei cosa pensa?

«Penso, “se fischiano rigore io non mi butto”».

Renato Zaccarelli entra a forbice su Salvatore Bagni. Maradona mette la palla sul dischetto. Lei che fa?

«Aspetto. Le mani mi tremavano, il cuore mi diceva di buttarmi ma io aspetto... Quando sta per calciare, al contatto piede- palla faccio un passetto in avanti. Lo guardo, apre perché la vuole piazzare, non è angolata. Mi butto sulla destra e la metto in calcio d’angolo».

Perché gli attaccanti hanno paura di tirare un rigore?

«Una volta si diceva “rigore parato, rigore sbagliato”, oggi non è più così. Importiamo portieri alti, penso a Vanja Milinkovic Savic, ai ragazzini di 14 anni sotto 1,85 non gli fanno neanche il provino. I portieri studiano, sanno tutto».

Qual è il trucco?

«Guardare la postura, il tipo di rincorsa, se parte centralmente, il modo in cui si piega per calciare, se è destro o mancino. Se mi sposto col corpo leggermente sulla mia sinistra vuol dire che sto aprendo il piede, se è il destro la sto mettendo sulla sinistra. Oggi il rigore è calciato bene se è alto, all’incrocio o a fil di palo è quasi imparabile. Una

volta era gol certo o quasi, oggi lo devono battere veramente bene, a mezza altezza si para anche se il tiro è forte ma non bisogna battezzare prima dove buttarsi. Bisogna aspettare l’ultimo secondo».

Chi temono i rigoristi?

«Milinkovic Savic è un para rigori, anche Gigio Donnarumma, certo. Giulio Falcone ha fatto quella parata coi piedi...» Alla Claudio Garella, «più forte che con le mani...» «Non aveva un grande stile ma era efficace, ha vinto due scudetti ( ride ). Quelli alti ma tracagnotti come lui, Matteo Sereni o Angelo Peruzzi oggi farebbero fatica a essere ingaggiati».

Chi vede come suo erede?

«Marco Carnesecchi: fisicamente ero come lui anche se è leggermente più alto, per come si muove, come stile».

Quello del futuro?

«Elia Caprile. Lo seguo da quando giocava a Bari, poi a Empoli e a Napoli. È pronto per una big, qui a Cagliari sta facendo bene. Tra gli stranieri direi Svilar e Milinkovic»

Per il Toro Paleari o Israel?

«Quando è partito Israel titolare sono rimasto un po’ perplesso, Paleari quando è stato chiamato ha fatto bene, sui gol presi non ha grosse colpe».

Sono 50 anni dall’ultimo scudetto granata...

«Potevo esserci, Radice mi voleva ma il Cagliari disse no».

Ci arriverà due anni dopo .

«E ci resterò nove anni. Lo sentivo negli spogliatoi, nel Filadelfia, quando i tifosi anziani ci parlavano del Grande Torino. A questo Toro manca la grinta, la voglia, l’appartenenza a questa maglia simbolo che è stata di Bagicalupo, di Vieri. Anche se non ero titolare mi allenavo come se lo fossi».

Derby del 27 aprile 1987, la sua maglia grigia Adidas sporca di sangue è il pezzo forte del Museo del Toro...

«Aldo Serena stava avanzando, non ci penso, esco come un kamikaze sui piedi. Gli sradico la palla, lui calcia e mi apre il cuoio capelluto. Quindici punti di sutura ma lo rifarei mille volte. In ospedale mentre mi cucivano Roberto Cravero pareggia quasi alla fine della partita e io urlo “goooool, sìììììììì”. Il medico impazzisce: “Stia fermo o dobbiamo ricucirla di nuovo!” ( ride di nuovo ) ».

Cosa serve per tornare in Europa?

«Tenere i migliori e fare investimenti mirati, con ex giocatori del Toro a fare da chioccia, gente come Rolando Bianchi».

E in porta chi vedrebbe?

«Io dico Falcone, dà affidamento e per me è da Toro».

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