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Ecco come si ferma il Bodo: lo Sporting dà una lezione all'Inter

Nonostante venisse dal 3-0 in Norvegia, la vincitrice del playoff contro l’Inter è stata annichilita a Lisbona. A differenza dell’undici di Chivu, i lusitani hanno giocato con cattiveria e garra

Ecco come si ferma il Bodo: lo Sporting dà una lezione all'Inter

Appena alcuni esperti si sono azzardati a dire che la cenerentola Bodo/Glimt sarebbe potuta arrivare fino in fondo nella Champions League, la squadra norvegese viene pesantemente ridimensionata. L’undici della meteora rossonera Jens Hauge, dopo aver umiliato l’Inter, arrivava al José Alvalade di Lisbona dopo il 3-0 dell’andata ed era favoritissimo per l’accesso ai quarti di finale.

Lo Sporting non si è perso d’animo, riuscendo nell’impresa fallita dalla squadra di Chivu. La manita rifilata ai giovani norvegesi non fa altro che aumentare i rimpianti tra i tifosi della Beneamata, che masticano amaro pensando all’occasione persa. Vediamo come il tecnico Rui Borges è riuscito a travolgere il Bodo e quali lezioni si possono trarre per il calcio italiano.

Una rimonta leggendaria

La favola del Bodo/Glimt, provinciale senza storia, approdata per la prima volta alla fase ad eliminazione diretta della Champions League, sembrava troppo bella per essere vera. Nonostante si giochi in un periodo nel quale il calcio scandinavo è fermo per la lunga pausa invernale, i norvegesi erano reduci dalle vittorie contro Manchester City, Atlético Madrid e l’umiliazione incredibile inflitta all’Inter vice-campione d’Europa. All’andata dell’ottavo contro una squadra non trascendentale come lo Sporting di Lisbona tutto aveva funzionato alla grande: tre reti, come quelle messe ai nerazzurri nel playoff ma senza subirne nemmeno una. Il ritorno nel catino infernale del José Alvalade sembrava una gara come tante ma, con il sostegno dello scatenato pubblico lusitano, i biancoverdi sono riusciti dove l’Inter aveva fallito. Lo Sporting ha attaccato dal primo minuto, dominando il possesso e creando una serie infinita di palle gol già nel primo tempo, passando al 34’ quando Inacio ha incornato in porta l’angolo di Trincao.

I norvegesi hanno provato a fare come contro l’Inter, colpendo in contropiede ma la fortuna non è stata dalla loro parte: quando il colpo di testa di Bjortuftss si è stampato sulla traversa, il tecnico scandinavo ha iniziato a temere il peggio. Lo Sporting ha avuto il merito di crederci sempre, tenere alta la pressione e coprirsi dalle pericolose ripartenze che tanto male avevano fatto all’Inter. La rete di Gonçalves all’ora di gioco ha alzato ulteriormente le speranze del pubblico, che è esploso al 78’, quando Suarez ha trasformato il rigore concesso dal Var per un fallo di mano. Una volta arrivati ai supplementari, i norvegesi si sono squagliati: neanche due minuti prima della rete di Araujo, con la rete di Rafael Nel a completare il pokerissimo che ha fatto andare in visibilio i tifosi. Nel post-partita Araujo ha detto che “abbiamo sempre creduto che, con l’aiuto del nostro splendido pubblico, ce l’avremmo potuta fare. Una serata splendida, abbiamo dato il massimo e ci siamo riusciti. Sono così orgoglioso di questo gruppo e di aver dato ai nostri tifosi una serata memorabile”.

Senza cattiveria non si vince

Basta dare un’occhiata ai numeri per capire che il risultato del ritorno degli ottavi sarebbe potuto essere ancora più pesante: 65 a 35 il possesso palla, 13 tiri nello specchio contro i 3 dei norvegesi, 16 calci d’angolo a 4, un dominio quasi imbarazzante. Gli avanti biancoverdi hanno sprecato almeno cinque chiare occasioni da gol, meritando il passaggio ai quarti, dove se la vedranno con l’Arsenal. L’impressione di molti è che la vera differenza con il playoff dell’Inter sia stata sia mentale che fisica visto che, in quanto a talento ed esperienza, l’undici di Borges sembra inferiore rispetto a quello di Chivu. Lo Sporting, però, ha giocato una partita perfetta in quanto a cattiveria, impegno, senza risparmiarsi, pressando alto, chiudendo gli spazi, impedendo ai norvegesi di rallentare il ritmo delle operazioni per colpire con accelerazioni fulminee. Se l’Inter, specialmente al Meazza, sembrava spesso attaccare in maniera confusa, lo Sporting aveva preparato alla perfezione la sfida, sfruttando le debolezze degli avversari.

La differenza si è vista nell’atteggiamento dei giocatori in campo, che hanno lottato su ogni pallone come se stessero giocando la finale del mondiale. I biancoverdi sono rimasti calmi, pronti ad approfittare al meglio di ogni imprecisione, sicuri che, alla fine, l’avrebbero spuntata loro. Non sono una squadra di fenomeni: quando sono arrivati al Maradona nel girone unico erano stati sconfitti 2-1, rischiando un passivo più pesante, visto che il Napoli ha sprecato parecchie palle gol. Alla fine ai quarti, alla sfida da sogno contro una delle squadre più forti d’Europa ci arrivano loro e non la dominatrice della Serie A, vicina a chiudere i conti per l’ennesimo scudetto. Si potrebbe parlare a lungo dei mali del calcio italiano, di come l’Atalanta scenderà in campo stasera per evitare l’ennesima goleada ma il punto è un altro.

Molte squadre italiane non giocano più con quella cattiveria agonistica che, fino a non molti anni fa, era stata alla base dei nostri trionfi calcistici. Troppi tatticismi, troppi selfie, portafogli troppo pieni, fragilità mentali, scegliete voi. Una cosa è certa: senza cattiveria, almeno in Europa, non si vince neanche per sbaglio.

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