Non ha neanche più senso arrabbiarsi o indignarsi: restare fuori dai Mondiali di calcio per la terza volta consecutiva è una vera e propria vergogna nazionale. La Bosnia Erzegovina ci ha eliminati e, una volta ancora, ci toccherà vedere la festa da lontano, restandocene a casa.
Davvero umiliante per chi in passato ha scritto un pezzo di storia del calcio, portando a casa quattro trofei (1934, 1938, 1982, 2006). Inutile dire che “erano altri tempi”, che “una volta sì che avevamo giocatori forti”, “che ci sono troppi stranieri che giocano in Italia”. Diciamo che c’è un po’ di vero in tutte queste affermazioni. L’aspetto più importante da sottolineare però è questo: dopo le due sberle rimediate da Svezia e Macedonia, che ci hanno lasciato a vedere i Mondiali in pantofole, rimediarne una terza fa male, troppo male.
“Non ci resta che piangere”, diceva Roberto Benigni in un film indimenticabile. Ma il calcio italiano, salvo la parentesi felice e per certi versi inattesa degli Europei 2021, già da alcuni anni è abituato alle lacrime. Bisogna darsi una mossa, far saltare il banco e ripartire da zero (ma veramente da zero). Come? Imitando gli altri sport, dove gli italiani negli ultimi anni si sono tolti fior di soddisfazioni mietendo successi e medaglie, sia nelle discipline individuali (tennis, atletica, nuoto, sci) che in quelle di squadra (pallavolo e tennis). Segno evidente che il materiale umano (sportivo) c’è, mancano altri ingredienti, a partire dall’organizzazione. Bisogna ripartire da lì, con umiltà e impegno, armati di pazienza ma, al contempo, con tanta tenacia e rabbia. Dobbiamo avere la faccia tosta di riprenderci lo spazio che meritiamo nel calcio, tra le prime 4-8 squadre del mondo.
Prima di tutto, però, è necessario fare una seria autocritica, se non altro per comprendere per quali motivi siamo sprofondati così in basso. Un dettaglio da non sottovalutare: nella semifinale dei Playoff contro l’Irlanda del Nord, vinta 2-0 nello stadio di Bergamo (quindi col favore del pubblico di casa), abbiamo disputato un primo tempo a dir poco disastroso. E contro avevamo dei modesti “pedalatori del pallone” che nella maggior parte dei casi militano nella serie B inglese. Poi, nella ripresa, le due perle di Tonali e Kean ci hanno portato alla finale con la Bosnia. Ma quel primo tempo è stato da brividi. A dir poco imbarazzante. Evidentemente il nostro livello, oggi, non si distanzia molto da quello della Serie B inglese. È triste e dura da accettare, ma è così. Inutile girarci intorno.
Risalire la china è possibile? Certamente sì. Ma se si pensa di poterlo fare continuando ad agire come abbiamo fatto in questi ultimi otto anni, allora non ci resterà che incrociare le dita e sperare in un miracolo, nella nascita di qualche campione di livello assoluto, che, da solo, sia in grado di riaccendere la magia. Ma il calcio era e resta un gioco di squadra, e anche un certo Maradona, per anni indiscusso numero uno al mondo, senza una squadra all’altezza non sarebbe mai riuscito ad alzare la Coppa del mondo o a vincere due scudetti con la maglia del Napoli.
Un’ultima considerazione: gli stranieri indubbiamente hanno impreziosito il nostro calcio. Ma dopo trentuno anni dalla sentenza Bosman, che ha aperto alla libera circolazione dei giocatori nell’Ue, addirittura nei vivai giovanili, la realtà è sotto gli occhi di tutti: gli italiani che giocano titolari nelle squadre di Serie A sono pochissimi, ragion per cui diventa ogni anno più difficile il lavoro del commissario tecnico. Non è una scusa banale ma una constatazione basata sui numeri.
Se non sappiamo o non vogliamo correre ai ripari cambiando lo stato delle cose, perché allora non gettare nella mischia i ragazzi dell’Under 21? Se non altro avrebbero più fame dei loro colleghi più affermati. Provare per credere.