In campo l’avvocato Cannavaro «Tutti facevano come Moggi»

Paolo Marchi

nostro inviato a Firenze

L’aula magna per la conferenza di Cannavaro ieri a Coverciano, con annuncio che oggi verrà presentato il nuovo inno azzurro. Ha un titolo? viene chiesto, e dalla platea sale la battuta «Siamo ragazzi di Moggi». Risata generale, poi la prima domanda al capitano prende tutti in contropiede: lei pensa che la Germania è tra le favorite? Lo juventino, sottovoce: «Questo deve vivere fuori dall’Italia, forse pure dal mondo».
Fabio indosserà i panni dell’avvocato difensore della Signora, previo colloquio con i suoi legali. Legittimo, ma certi passaggi lasciano perplessi perché, ad esempio, non è affatto vero che tutti i club italiani, dalla Juve, per ora campione d’Italia, alla Peretolese, erano gestiti secondo il sistema Moggi così come non è vero che nessuno si era mai opposto, basti pensare a Zeman, all’Inter e al Bologna di Gazzoni per citare i primi che vengono in mente.
Cannavaro, un difensore all’attacco: «Quello che si sente e si legge è solo chiacchiera, ipotesi senza nulla di fatto. Le indagini sono in corso e prima di giudicare bisognerebbe aspettare la loro fine e i relativi processi. E chi ha sbagliato è giusto che paghi, ma per me, pensando a quanto detto da Nesta, gli ultimi due non sono stati affatto due anni da cancellare né va tutto azzerato come sostiene Totti. Le loro sono solo opinioni, come la mia. Io sono orgoglioso di avere giocato nella Juve e ci giocherò anche in caso di B».
Guai però a concentrarsi sulla società bianconera: «Non c’è solo la Juve, la verità è che funzionava così l’intero sistema... Sono curioso di vedere come finirà. Ci sono tante cose che si potrebbero discutere come quella della sudditanza psicologica degli arbitri a nostro favore: in due anni a Torino non l’ho mai avvertita». Sorrisetti in platea. Gli ricordano il gol che da gialloblù segnò alla Juve a Torino e che De Santis annullò: «Sbagliò a fischiare prima, ma fu sfortunato perché il pallone, invece che fuori, finì dentro. Però nessuno dice che due stagioni fa ci diresse sei volte e non vincemmo mai». Non è vero, i successi furono due e così si corregge: «Va be’, in ogni modo nella finale di supercoppa annullò una rete a Trezeguet regolarissima. Però si ricordano solo gli sbagli a nostro favore come con i rigori: anche quelli netti, quando sono dati a noi diventano dubbi perché siamo la Juve».
La Juve oggi è però anche la società cattivissima che esce dalle intercettazioni: «È così perché è stato messo sotto controllo solo il telefono del nostro direttore, che poi ne aveva più di uno, e quelli degli arbitri. Nessuna con Galliani? Su questo aspetto non so se devo stupirmi visto che la media giornaliera delle chiamate era di 416, ma non so che rapporti avevano tra loro, che grado di confidenza. Mi stupisco non ci siano tanti altri perché la verità è che il direttore aveva tanti amici, quasi tutti spariti, e tanti nemici e, comunque, il suo non era il sistema Juve, ma il sistema del nostro calcio tanto che nessuno si era mai accorto di qualcosa».
Moggi come il Direttore con la D maiuscola, un esempio per Cannavaro: «Ha sempre fatto bene il suo lavoro, sapeva gestire tanti calciatori». Tanti? «Sì tanti, era un dirigente di esperienza. Mettete quello che volete, un dirigente del calcio italiano o un dirigente della Juve, tanto... ». Tanto... tanto in effetti ci sarebbe da dire: sul suo passaggio dall’Inter alla Juve («non è vero che giocavo male apposta.

Soffrivo di una microfrattura a una tibia e, in ogni modo, a Milano volevano cedermi al Real, la Juve si inserì dopo»), sulla durata di questo caos («durerà tantissimo»), sulla fascia di capitano della nazionale («mi sento degno di portarla, non ci sono motivi perché la renda»), sui due ultimi scudetti («sono miei»), sulla Gea («con Francesca Tanzi firmai solo una sponsorizzazione, poca cosa»), sulle indagini della Guardia di finanza («Sono trasparente: il contratto con la Juve non ha carte esterne»), su Buffon («sta vivendo questo momento spensieratamente, è nel suo carattere») e su Borrelli all’ufficio indagini («non vedo manovre politiche»).
L’ultima domanda sarà calcistica, la risposta fatalista: fin dove arriverà l’Italia in Germania? «Fino a Duisburg, poi si vedrà».

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