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Il carnale Émile, estasiato dall’abisso femminile

Nel 1865, in piena esplosione dell’impressionismo, Édouard Manet raffigura in Olympia, al posto della posa classica di Venere, l’immagine regale della cortigiana trionfante che, una mano pudicamente posata sulla vulva, sembra negare l’abisso della concupiscenza mentre, con falsa modestia, ne afferma il potere distruttivo.
L’anno dopo, Gustave Courbet straccia con un atto beffardo le convenzioni designando la fica come L'origine del mondo in un’immagine che già sa di crudezza fotografica nell’esibizione clinica dell’organo designato al piacere.
Passano dieci anni ed Émile Zola nel suo primo libro di successo, Thérèse Raquin (1867), sposa il sesso, nell’abbandono dei sensi, alla sterilità come negazione della specie. Infatti il caposcuola del naturalismo si limita a circoscrivere in una formula icastica il primo contatto sessuale tra i protagonisti («L’atto fu silenzioso e brutale»). Che mostra ancora la femmina vittima della propria sostanziale debolezza di fronte all’ardore del maschio Laurent. Che nel ’77, mutatosi nel cappellaio Lantier, ritrova invece in Gervaise, l’eroina dell’Assommoir, una docile complice quando la donna, dopo aver subìto con disgusto l’acre odore del letto su cui ha vomitato il marito, dapprima cede al ronzio e poi al brivido che le percorre tutto il corpo quando le si avvicina furtivo il suo ex-amante.
Siamo tuttavia solo al preludio del leit-motiv della vulva, immagine proliferante che dall’utero si propaga fino a divenire metafora soggiogante di tutta la femmina in Nanà (1880). Che non è solo una cortigiana ma la carne tout court che abita, al suo massimo fulgore, una tana di lusso che non riproduce ma ingigantisce i colori della vulva: il rosso acceso delle grandi labbra, il fuoco dell’abisso in cui sprofonda voluttuosamente il cliente, l’oro biondo e paffuto di quei peli d’amore che uno Zola insolitamente elegiaco battezza «il vello» come se implicitamente si richiamasse a Dafni e Cloe, il romanzo pastorale di Longo Sofista.
Nanà, la pute sadica con Muffat e masochista con Fontan, promiscua con due fratelli e lesbica con l’amica Satin, sospettata di necrofilia quando si concede ad amanti cadaverici e persino di zoofilia nelle ardite carezze col proprio cagnolino. Nanà il cui ventre, quando occupa il sontuoso palazzo dove esercita ogni possibile depravazione, diventa come la casa «una fucina rovente». Nanà che, dal palcoscenico, nonostante la sua voce sgraziata e le sue mosse volgari, s’impossessa del pubblico «con quella libidine che si sprigiona da lei come una bestia in calore». Nanà, l’os vulvae di Zola, di volta in volta paragonata a una sogliola in salsa piccante o, meglio ancora, a una pollastra in veste di marescialla del Secondo Impero.

Nanà a cui il vaiolo, alle soglie della morte, regala una seconda vulva in uno dei suoi occhi. Che, come un profondo buco nero e marcio, può solo ammirare tra gli spasimi dell’agonia la fica «ridotta a un ammasso di umori e di sangue». Nanà, ossessione e tormento del naturalista Zola.

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