Caro comunista mai nato, il tuo sacrificio non è servito

Arrivati a questo punto avresti più di sessant’anni. Forse meno o forse più, dipende da segreti difficili da sondare. La politica, si diceva, deve fermarsi un passo prima della soglia di casa. Nel frattempo, mentre tu non c’eri, la politica è entrata in casa, senza bussare, e sta frugando tra le lenzuola. Arrivati a questo punto porteresti un cognome importante, e forse saresti anche tu, con quel cognome, proprio tu, un papavero di partito. Poteva andare così, ma non è andata. È andata in tutt’altro modo, per te, comunista mai nato, sacrificato alle superiori ragioni del partito, e per il partito stesso, che si è permesso di decidere la linea anche sul tuo destino pur di salvaguardare la privacy del leader, e che adesso si ritrova a salvaguardare quella delle escort pur di scoperchiare i peccati dei leader (altrui). Arrivati a questo punto saresti d’accordo su una cosa: il sacrificio è stato inutile. Alla distruzione si è aggiunta la beffa, mai così lugubre. Li riconosci? Guardali bene: sono diversi, ma sono gli stessi. Il partito commissiona un aborto, il tuo, perché una relazione impropria va occultata. Qui non si tratta di uno qualsiasi, avranno obiettato, ma del Migliore, che non può essere peggio degli altri nemmeno nell’alcova domestica. La risposta la conosci. Si possono avere le amanti, basta che non si sappia. Li avresti sentiti parlare - mentre discutevano della tua sorte come in una direzione di partito - di «questione morale», di emancipazione della donna, di superamento dei valori borghesi. Ipocrisia? È il minimo che si possa dire. Vuoi sapere com’è andata a finire? I vizietti sono cambiati, non c’è più l’amante, ci sono le serate trans di Marrazzo o le folli vacanze dei Delbono con i soldi del contribuente.
Nilde, tua madre, poi avrebbe fatto molta strada con la politica. Prima onorevole, poi presidente della Camera. La relazione impropria era diventata cosa nota, ma il danno era fatto per sempre. Qualcuno però ha sempre ricordato il tradimento. Ancora molti anni dopo, nel 1993, quando la Iotti fu eletta presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, qualcuno, al momento del voto, scrisse sulla scheda quel nome: Rita Montagnana. La moglie di Togliatti tradita con una giovane emiliana. Il partito era fatto così, non si doveva sapere niente sui propri vertici, figuriamoci le debolezze sentimentali o le storie di letto. Eppure erano come gli altri, non migliori. La morale era già doppia, una lunga storia. Il successore di Togliatti, tuo padre, si chiamava Luigi Longo ma aveva un soprannome: «Gallo». «Di nome e di fatto», avrebbe poi sussurrato la moglie. Peccatucci, affari privati? No, «brutti segnali di decadimento della vita pubblica, un desolante spettacolo che ha una valenza indubbiamente politica perché riguarda chi guida il Paese». Lo ha detto qualche mese fa un erede di tuo padre, si chiama Massimo D’Alema.

Il Pci era il partito della moralità, ma con le amanti e la dependance per la serata extra-coniugale, basta che non si sappia. «Dopo la guerra - ha raccontato Filippo Ceccarelli ne Il letto e il potere - decine di comunisti lasciarono le mogli, ormai attempate, per compagne più giovani. Uno dei più spiritosi, Giancarlo Pajetta, nel 1949, propose un contributo maggiorato per i compagni non in regola con lo stato civile. Il partito, diceva, sarebbe diventato ricchissimo...». Un partito come il Pci, sorvegliato da Mosca, non poteva permettersi di farsi tradire dalla debolezza della carne. Si presero precauzioni, si affidò anche al capo dell’Ufficio quadri del Pci, Edo D’Onofrio, il compito di tentare la ricomposizione dei divorzi. Come si faceva a proporre il modello di una società perfetta e perfettamente regolata, se il partito non era neppure in grado di regolare gli istinti dei suoi dirigenti? Si risolse tutto nascondendoli. Era la strada più semplice, anche se a dare il cattivo esempio era il Migliore.
Poi sono andati avanti, sempre sul binario doppio della doppia morale. Anche oggi sono loro, a sentirli, i custodi dell’etica pubblica. Ma la macchina dell’occultamento adesso funziona molto peggio. La tentazione dirigistica anche su letto e dintorni è nel dna dell’ex Pci, ma i tempi sono leggermente cambiati dalla sobrietà di Berlinguer (e la sua lezione nel ’77 sull’«austerità come strumento politico per superare un sistema fondato sull’esaltazione dell’individualismo e del consumismo»), alle leggerezze sessuali dei progressisti contemporanei. Eppure la tentazione è quella lì, il moralismo, ed è diventata un’ossessione a sinistra, una linea politica, forse l’unica. Le donne del Cavaliere, gli “harem”, le feste come momento di degradazione della moralità pubblica, le liste di proscrizione sui giornali (vedi l’Unità, La Repubblica, il Fatto) per le candidate giovani e carine su cui far aleggiare sospetti. La moralità è sempre una bandiera, ma piuttosto sdrucita. Come l’emancipazione della donna. Dipende dalla donna. La carriera, agli occhi progressisti, può diventare anche un’onta, come capita per certe onorevoli e ministre.
A questo punto avresti visto la sinistra, la stessa che ti ha condannato a morte per mantenere intatta l’immagine del capo, frugare nella vita altrui per scovare misteri pruriginosi, e avresti sentito i nuovi «poeti civili» dare conto alle piazze sulle «sgualdrinelle che confortano le notti» del nemico politico, già ampiamente raccontate dai giornali con succulenti dettagli. Avresti visto ancora gli eredi di tuo padre abbattersi sulla fedeltà coniugale come retaggio borghese, salvo poi usarla come valore se l’infedeltà riguardi altri. In fondo vedi che sono cambiati, hanno cambiato nome cento volte, ma sono gli stessi. Se fossi qui li riconosceresti subito.
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