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Becciu, processo da rifare per "errori procedurali". Annullate le condanne di primo grado

La Corte d'Appello vaticana ha accolto il ricorso nel procedimento per la vendita di un palazzo a Londra. Gli avvocati del cardinale: "Riconosciuta violazione del diritto alla difesa"

Becciu, processo da rifare per "errori procedurali". Annullate le condanne di primo grado
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Tutto da rifare. La exit strategy del Vaticano per rimediare alla ingiusta condanna di monsignor Angelo Becciu è quella di decretare la nullità del processo di primo grado che l’ha visto condannato a 5 anni e sei mesi per peculato senza essersi messo in tasca un euro. La Corte d’appello vaticana ha ordinato «la rinnovazione del dibattimento», il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio e ha fissato al 22 giugno la comparizione delle parti al fine di stabilire il calendario delle udienze. La Corte nell’ordinanza precisa che «non dichiara la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado: del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del Promotore di giustizia Alessandro Diddi, che si è escluso dal ruolo di accusatore in appello per non rischiare di essere ricusato.

Dunque si riparte da capo. Il cardinale Becciu e Raffaele Mincione erano stati riconosciuti colpevoli di peculato, Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi per autoriciclaggio; i finanzieri Gianluigi Torzi e Nicola Squillace erano stati condannati per truffa aggravata (Torzi anche per estorsione in concorso con lo stesso Tirabassi).

Per questa condanna Becciu aveva anche rinunciato al Conclave, in obbedienza a Papa Francesco che ne avrebbe chiesto l’allontanamento in due missive autografe che non hanno convinto tutti i porporati: «Obbedisco a Francesco, per il bene della Chiesa, ma resto convinto della mia innocenza».

"Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto di difesa ed a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto". Così in una nota Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, avvocati del cardinale. "L'ordinanza della Corte d'appello - sottolineano ancora i legali - ha dichiarato che l'Ufficio del Promotore doveva depositare tutti gli atti di indagine e senza omissis. Ha dichiarato anche l'illegittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base del rescritto del 2 luglio 2019, perché adottati sulla base di un atto di natura legislativa, non pubblicato e rimasto segreto agli accusati fino all'inizio del processo.

La decisione della Corte, quindi, dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto di difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto. E sul punto - concludono i due avvocati - sconfessa pienamente la sentenza del Tribunale".

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