La Casa Bianca in mano agli uomini ombra

Ciao Love, mi mancherai: «Ha cambiato il mio modo di vedere il rap. Mi piace sempre Jay-Z, ma adesso per merito suo anche un po' di Nas e Lil Wayne...». L’orizzonte politico non sarà più lo stesso. Reggie Love non fa più parte della squadra di Obama ed è il quinto della lista che viene cancellato: via il consigliere David Axelrod, il portavoce Robert Gibbs, il vice direttore dell’ufficio stampa Bill Burton, il vice direttore delle comunicazioni Jen Psaki. Ma è lui quello più difficile da sostituire, «il fratello minore che non ho mai avuto», il ragazzone della North Carolina dal sorriso contagioso, per età più figlio che fratello del presidente, che un giorno si presentò a cercare un posto qualunque nell’entourage di Obama senatore e si ritrovò ombra dell’uomo nuovo: «Quando mi hanno assunto non mi hanno spiegato bene cosa fare, è stato un po’ come dire, occupati di tutto». Body man, Personal Aide, un po’ maggiordomo, un po’ portaborse, un po’ compagno di giochi, Reggie ha sempre avuto il compito di leggere il futuro, anticipare i bisogni di mister president, come gli riusciva da capitano dei Duke Blue Devils, campioni di basket all’università: l'impermeabile se piove, lo smacchiatore se si pasticcia la cravatta, le pasticche per la gola, la lozione per disinfettare le mani dopo i bagni di folla, le pillole per il mal di testa, le gomme anti fumo da masticare. E poi la dieta: niente asparagi e maionese, bibite gassate, patatine fritte; meglio broccoli e spinaci, cioccolatini al latte e pistacchi. Lo rilassava parlando di sport: «Niente Cnn o MsNbc, niente tavole rotonde o notiziari politici: guardiamo partite e discutiamo di basket», poi due tiri, dove capitava, non se li negavano mai. A trent’anni appena compiuti Love è già una navigata baby sitter, l’ultimo di una lista che comincia con Tobias Lear, il ragazzino che George Washington battezzò assistente personalissimo, cassaforte muta dei segreti più intimi. Tutta la forza e tutta la debolezza, tutte le promesse, le vittorie, le manie, dell’uomo più potente del pianeta passa dalle loro mani, attraverso i gesti muti e silenziosi con i quali aggiornano l’agenda presidenziale, portano il cane a far pipì, procurano numeri di telefono proibiti. Una guerra che non conosce armistizi, cessate il fuoco, fasi di stallo che comincia all'alba accompagnando il presidente a fare footing e si chiude quindici ore dopo stremati davanti alla tv.
Per Bill Clinton il rapporto con l'assistente personale Doug Band fu quasi un matrimonio, per la moglie Hillary il legame con Huma Abedin forse qualcosa di più, tutti e due senza sono finiti nei guai. Bend con la sua aria rassicurante e intimidatoria, da primo della classe alla mano, ma implacabile, è finito nei guai per colpa degli affari spericolati di Raffaello Follieri, ex boy di Anne Hathaway, assegni scoperti, finanziamenti fantasma, promesse mai mantenute che tirarono dentro pure Bill. Pensare che Sherman Adams, l’ombra di Eisenhower, fu costretto alle dimissioni per un cappotto di vigogna e un tappeto in prestito che un imprenditore tessile di Boston gli fece arrivare confidando in esenzioni fiscali mai arrivate. A Huma è andata peggio. Musulmana, nata nel Michigan ma cresciuta in Arabia Saudita, bellissima e inarrivabile, ha sposato il deputato democratico e aspirante sindaco di New York Anton Weiner, beccato a mandare per sbaglio foto mezzo nudo a tutti i suoi seguaci su Twitter, cioè circa 50 mila persone, prima vittima politica dei social network. Il New York Observer la raccontava come una barbie senza cuore, mai un capello fuori posto, mai un velo di sudore e vestiti, Prada come il diavolo, mai stropicciati.
Blake Gottesman, che Bush figlio chiamava «Peanut», era così dentro la vita di George da diventare fidanzato di una delle gemelle Bush, Jenna, quella bionda e paffutella. Poi gli toccava occuparsi di Barney e Miss Beazley, i cani di casa, disporre i discorsi sul podio, dargli il «due minuti al via». Si è portato a casa anche una laurea senza aver finito il college: «Circostanze straordinarie a volte ci inducono a rompere la regola di ammettere solo studenti già laureati» la giustificazione di Harvard. E Jennifer Fitzgerald era così intima di papà Bush da far diventare il presidente suo assistente: «Lo trattava come un bambino e lui gioiva tutte le volte che lei lo rimproverava» rivelano adesso gli amici di allora. A modo suo era Love anche lei.

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