Il caso Grinzane, un «classico» del made in Italy

Egregio Dottor Granzotto, sto gustando un calice di Cortese frizzantino alla giusta freschezza, ho vinto una scommessa di cui rivelo i termini. Ricorda lo scandalo Soria–Grinzane esploso mesi or sono? Un amico scommise che ne sarebbe scaturito un maxi-processo, con l’ineludibile etichetta sul fascicolo «Associazione per delinquere», che avrebbe coinvolto una bella schiera di noti papaveri. Io invece pronosticai che proprio i suddetti papaveri sarebbero stati la pietra tombale che avrebbe messo tutto a tacere. Il mio amico, che è un «rimaiolo» dilettante ha malinconicamente commentato la sua sconfitta con questa quartina: «Chi ha bevuto, ha bevuto / Chi ha pappato, ha pappato / Solo, vero fottuto: / Pantalon, che ha pagato!».

Quella del Grinzane è una storia tutta italiana, è un aspetto del Made in Italy cioè dei prodotti che solo noi sappiamo confezionare. E appartiene a quel genere parassitario che un portentoso Renato Brunetta ha recentemente denunciato e deriso. Dicono: il Grinzane produceva cultura e davanti alla cultura, giù il cappello. Poiché il grosso dei finanziamenti – una barca di soldi – che gli venivano dalla Regione Piemonte finivano poi in conti di ristoranti e d’alberghi, c’è da dedurne che la cultura del Grinzane era quella della bella vita. Dei tartufi come se piovesse, dei Barolo a garganella, delle suites in hotel da cinque stelle, se bastavano. Cultura anche quella, chi può dir niente quando s’è stabilito che tutto è cultura, che tutto «fa» cultura. Però, dicono ancora, il Grinzane non solo «faceva» cultura, ma l’esportava, anche. Come si esporti la cultura, lo sanno tutti: tournée della Scala, della «Locandiera» di Goldoni, della «pizzica», degli sbandieratori di Siena, di opere d’arte di Raffaello e Leonardo, cose così. Il Grinzane, al contrario, esportava lo staff e gli invitati del Grinzane. Mica giusto oltre frontiera, macché: a San Pietroburgo, nell’Africa Nera, a Rio de Janeiro e in altri posti o città molto fuori mano. L’allegra brigata arrivava, si installava nei migliori alberghi, prenotava nei ristoranti più esclusivi, organizzava qualche incontro (conviviale) con questo o quell’intellettuale del luogo e la cosa finiva lì. Niente di male se il baraccone ambulasse e se la godesse in patria a spese di qualche mecenate privato. Ma purtroppo a saldare i conti era la Regione Piemonte, cioè i contribuenti. Su questo modo di intendere il «fare» e l’esportare cultura, la Regione doveva per forza essere consenziente (senza mai chiedersi, tuttavia, come mai un premio ricco e «internazionale» e furibondamente attivo come il Grinzane non fosse mai riuscito a esportare se stesso in Italia. Restando una «manifestazione culturale» circoscritta al Piemonte e anzi, a Torino e a qualche trattoria delle Langhe). Forse, come lei rileva, caro lettore (che ha tutte le ragioni per voler restare anonimo), il magistrato avrebbe potuto verificare se ci fosse il consenso anche per quei rivoli di danaro (pubblico) che andavano a soddisfare le esigenze private di Giuliano Soria. Esigenze che con la cultura, anche in senso assai lato, non ci azzeccavano un bel niente. In fondo il bilancio annuale del Grinzane era affare della Regione, mica di Soria. O per meglio dire, non di Soria Giuliano, ma di Soria Angelo, il fratello che in veste di dirigente della Regione aveva l’incarico, ma guarda tu, ma guarda un po’, di curare la pratica. Invece è andata come è andata, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato (ma non creda Mercedes Bresso, che sia facile far passare il seguito, e cioè lo «scurdammoce ‘o passato». Noi si ha memoria di ferro).