Caso Maxxi: ora fuori il listino prezzi, please

Il piano di Vittorio Sgarbi, neoconsulente del ministero, per
controllare le spese del museo di arte contemporanea di Roma:
verificare i vecchi conti e poi incoraggiare acquisti meno conformisti

Ha ragione Francesco Bonami. Dopo i rilievi e l’inchiesta di Tommy Cappellini del Giornale, avevo annunciato una serie di osservazioni sulla scelta delle opere e la congruità dei prezzi per le collezioni del Maxxi. È bastato aspettare, senza sporcarmi le mani e, usciti e presentati i due volumi a cura di tre esordienti (spero molto contemporanee), Stefania Frezzotti, Carolina Italiano e Angela Andreina Rorro, Bonami ha aperto il fuoco. Quello che l’Unità di ieri si aspettava da me. Io, dopo alcune prime dichiarazioni, ero rimasto in trincea in attesa della nomina ufficiale che è stata confermata ieri all’importante funzione di vigilante sugli acquisti. Per l’avvenire, purtroppo, perché per il passato buoi e vacche sono già usciti dalla stelle dei mercanti di mezzo mondo per soddisfare gli appetiti dei direttori e curatori che hanno provveduto agli acquisti.
Dice bene Bonami sul Riformista di ieri: «Sicuramente i fondi (il cui ammontare non sembra essere del tutto chiaro o disponibile al pubblico con troppa facilità) investiti nella collezione sono sufficienti per definire il gruppo delle quasi trecento opere acquisite un “tesoro”. Qualsiasi museo al mondo avrebbe fatto e farebbe salti mortali per avere a disposizione i milioni di euro che il Maxxi dal 2002 ha avuto per costruire la propria collezione». È giusto, ma c’è qualche imprecisione perché i fondi per gli acquisti erano già disponibili a partire dal 1998, quando il ministro Melandri, con atto autonomo e fuori dalla gerarchia dei funzionari, nominò direttore del futuro Maxxi, non ancora iniziato a costruire (il via ai lavori lo diedi io nel 2001, quando ero sottosegretario, dopo un incontro con un’implorante e remissiva Zaha Hadid), il suo amico Paolo Colombo. Persona gentile, curatore «indipendente» (ma non dal mercato), Colombo propose una serie di opere, così allarmanti che io nominai una commissione di esperti per vigilare sugli acquisti. Purtroppo la commissione non era costituita da un numero di membri dispari inferiore al tre, e i miei rappresentanti finivano quasi sempre in minoranza. Così sono state acquistate fino al 2002 (e dopo con mano anche più libera) delle meraviglie che hanno fatto scrivere a Bonami, senza esagerare: «Se però un qualsiasi direttore o curatore di un museo internazionale desse un’occhiata alla lista delle opere comprate inorridirebbe. Orrore dovuto sia alla qualità di certe opere sia alla totale casualità degli acquisti».

Immagino, nonostante qualche avvicinamento di gusto mostrato nella scelta per la sua «Italics» a Palazzo Grassi, che Bonami avrebbe suggerito opere diverse da quelle che io riterrei indispensabili per un museo d’arte contemporanea, ma non è possibile non condividere la sua osservazione, compulsando i due voluminosi cataloghi, di sconfortante squallore (benché impeccabilmente editi da Electa): «Basta dare un’occhiata alla lista dettagliata delle opere e si capisce che competenza e professionalità non sono stati i parametri con i quali sono stati compiuti gli acquisti». Anche Bonami osserva la stravaganza, per un museo di arte «contemporanea» costruito fra 2001 e 2009, della presenza di quattro bellissime carte del 1971 degli artisti inglesi Gilbert & George. Che cosa si intende per contemporaneo? E, al di là dell’età degli artisti, non si vorrebbe che tale categoria storica facesse riferimento (come, d’altra parte, anche l’acronimo del museo indica) alle opere concepite a partire dall’inizio del nuovo millennio? XXI secolo, appunto. E invece, nonostante la complementarietà con la Gnam, che dovrebbe essere consequenzialità, accade che le prove del ’71 di Gilbert & George siano destinate al Maxxi e il Sonno romano di Fabrizio Clerici (donato, giammai acquistato) del 1985 sia alla Gnam.

Difficile dire che cosa sia la contemporaneità, ma è indubitabile che la cronologia sia oggettiva. Così il Ghirri del 1980 va al Maxxi ma la Beecroft del ’96 (acquisita, chissà perché, dalla galleria Analix di Ginevra), va alla Gnam. Ma, per non sbagliare, un’altra fotografia della stessa Beecroft, premio per la Giovane Arte Italiana 2000, va al Maxxi. Caratteristica degli acquisti è l’assoluta noia e assenza di vita (in ordine al prevalere della fotografia) di quasi ogni opera la cui presenza sembra determinata da un provincialismo che ha bisogno di sublimarsi in un asettico gusto internazionale. Così, assenti del tutto per l’una e per l’altra sede Bacon, Balthus, Freud, David Hockney, Kitay, Avigdor Arikha, Antonio López García e (ovviamente) Gianfranco Ferroni, Piero Guccione, Lorenzo Tornabuoni, Vito Tongiani, Ivan Theimer, Roberto Innocenti, Ferenc Pinter, Bertozzi e Casoni, Luigi Serafini, sono però presenti Micol Assael con l’opera Sleeplessness, costituita di prese elettriche, diffusore di fumo secco, struttura di dieci pannelli refrigeranti a serpentina, compressore per il ghiaccio; Francis Alÿs di Anversa con alcuni studi su carta da lucido con scotch; Carolina Raquel Antich di Rosario, in Argentina; il gruppo dell’atelier Van Lieshout con preziose opere in corso di acquisizione. E ancora Nikos Baikas del Pireo, Elina Brotherus di Helsinki (con tre fotografie «cromogeniche» indispensabilmente acquisite dalla galleria Sonath di Parigi). Maurizio Cattelan è presente con una stampa fotografica (su dieci) acquistata dalla galleria Massimo De Carlo di Milano e Gino De Dominicis con due pantofole e un cappello del ’79, opera acquistata da Mario Pieroni. Non poteva mancare Lara Favaretto con un dvd di un minuto acquistato dalla galleria Franco Noero di Torino insieme a un’installazione del 2006 costituita da corda, capelli, albero motore, motore, pelle nera, viti, bulloni.
Con questo campione di scelte, difficile non condividere i rilievi e gli inquietanti interrogativi di Bonami: «Un cda e un comitato scientifico che funzionano, statuto o non statuto, davanti alla proposta dei curatori di una simile acquisizione avrebbero dovuto sollevare non uno ma mille dubbi. Perché la volete? Quanto la pagate? Dove la comprate? Che senso ha per il Maxxi e il suo futuro? Chi mai farà un viaggio apposta per vedere un’opera del genere in un museo che dal nome dovrebbe offrire il meglio delle nuove generazioni e non il mediocre di quelle passate?». Non avrei mai immaginato di condividere, dopo tante polemiche, il pensiero di Bonami. Ma mi sembra importante che dalle sue, prima che dalle mie, osservazioni venga l’obbligo di una verifica e la necessità di quella vigilanza attribuitami dal ministro Bondi. Già oggi il dirigente per la valorizzazione Mario Resca ha assunto l’impegno di chiedere (non essendo stati pubblicati nel catalogo delle collezioni) i prezzi pagati per le opere acquistate. Prima di renderli pubblici sarebbe interessante sottoporre a una casa d’asta l’elenco delle opere per averne la quotazione e la prospettiva di una vendita. Ne vedremo delle belle.