Il caso Sanguineti, i poeti «laureati» e i baroni lottizzatori

Nella generale rievocazione di Edoardo Sanguineti, emerge la sua figura di poeta. Ma il poeta, per poter poetare e campare, è stato innanzitutto un professore dell’università statale. È vero, però, che Sanguineti sia noto ai più come scrittore, come intellettuale o anche come un politico compagno di strada, appellativo da lui non disdegnato, poiché si riteneva orgogliosamente l’ultimo marxista. Che fosse un professore universitario, era del tutto secondario, soprattutto oggi che il 99 per cento della popolazione, di riffa o di raffa, fa il professore universitario. Ma una volta non era così, e - diciamo una quarantina d’anni fa - avere un posto di ruolo nell’Accademia era come appartenere alla categoria dello spirito oggettivo di Hegel.
Giorgio De Rienzo nella sua breve nota sul Corriere della Sera di ieri, ci ricorda l’avventura accademica del professor Sanguineti come se fosse stata la cosa più normale di questo mondo e non una vera e propria indecenza, un malcostume che non aveva nulla dell’eticità evocata da Hegel nella categoria dello spirito oggettivo. Un lettore «normale» non può che trasecolare leggendo l’articolo di De Rienzo, scritto per spiegare - con disarmante semplicità, quasi con spudorato compiacimento - quali ingiustizie dovette subire il poeta. Cose note per chi vive da anni nell’università, ma che è giusto ricordare per capire perché troppo spesso persone intelligenti e libere fanno fatica a trovare posto nei ruoli dell’insegnamento accademico.
Oggi ci sono gruppi di potere, culturalmente e politicamente trasversali, che controllano i concorsi a cattedra. Anni addietro, almeno fino agli inizi degli anni Settanta, la spartizione era ideologica: da un lato i cattolici, dall’altro i laici. Il docente laico faceva la guerra a quello cattolico e viceversa. Le palle da cannone erano gli allievi da mettere in cattedra. Se in una commissione di concorso prevalevano i cattolici, c’era anche una prevalenza di vincitori di concorso cattolici; analoga situazione con la prevalenza dei laici. Il professor Getto, dell’università di Torino, maestro di Sanguineti, era un cattolico, ma nel concorso in cui partecipava Sanguineti volle giocare su due tavoli, sul suo e anche su quello laico. I colleghi di Getto, nella commissione di concorso, non erano fessi, e così gli dissero: tu metti in cattedra l’allievo cattolico come te e non ci rompi le scatole con quello laico, perché a mettere in cattedra i laici ci pensiamo noi. Vinse Bàrberi Squarotti e perse Sanguineti. Questa lottizzazione tra laici e cattolici, con cui venivano suddivise le cattedre, era una prassi consolidata mai messa in discussione dalle baronie accademiche. Ciò non significava che andassero nell’università generalmente i somari: anzi, il barone teneva a fare bella figura nel designare un allievo e non aveva bisogno - come oggi - di mettere in cattedra parenti e amanti per risolvere qualche suo problemino. La questione era la lottizzazione che non aveva nulla di culturale, era pretestuosa e, nella sostanza, fasulla.
Nelle accademie la divisione tra laici e cattolici cade prima del muro di Berlino. Senza più la copertura ideologica, quello baronale diventa un potere puro e semplice: prima la sfrontatezza spartitoria era giustificata con la battaglia dal grande significato etico perché non venisse lasciato il passo al bigotto cattolico antimoderno e nemico del progresso o, viceversa, all’infedele laico mangiapreti e ostile alla tradizione. Oggi la spartizione delle cattedre ha un’indecenza correttamente al passo coi tempi: non ci si vergogna più di niente. E così abbiamo finito per trovarci di fronte a una decisione di alto profilo accademico: meglio l’ipocrisia di allora o la spudoratezza di oggi?

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