La Cattolica: astensione sul referendum

Incontro-dibattito ieri all’università di largo Gemelli, con il rettore, due presidi di facoltà, un medico e un biologo

Francesca Amé

La tecnologia non è neutra, questa la tesi dell'Università Cattolica che ieri, in una delle sue aule più imponenti, la Pio XI, ha ribadito «convinta e unanime adesione alle valutazioni offerte dalla Chiesa italiana e alle posizioni indicate dal comitato Scienza & Vita». In una parola: astensione. Il referendum sulla legge 40 che regola la procreazione assistita è lo spunto per un dibattito che il rettore Lorenzo Ornaghi ha intitolato «Scienza, bene comune e referendum»: al tavolo, due presidi di facoltà, Eugenia Scabini a Psicologia e Giorgio Pastori a Giurisprudenza, un medico e un biologo, ossia Salvatore Mancuso, direttore del Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente al Gemelli di Roma, e Roberto Colombo, direttore del laboratorio di biologia molecolare e genetica umana della Cattolica.
Tutti chiamati per fornire, come ha spiegato il rettore, «una corretta informazione a docenti e studenti». E questi non si sono fatti attendere: riempita l'aula, hanno ascoltato in compunto silenzio. Nessuna dimostrazione, nessuna provocazione o dissenso; la platea annuisce e sovente applaude ai relatori che si sono avvicendati sul delicato compito di spiegare il nesso tra quelle tre parole: scienza, bene comune, referendum.
Si è parlato, va da sé, di staminali e il sacerdote biologo Roberto Colombo ha ricordato al pubblico l'esistenza di staminali tessuto specifiche (le cosiddette staminali dell'adulto) che si trovano nei tessuti fetali, in quelli del cordone ombelicale e nel nostro corpo e che sono naturalmente predisposte a integrare e sostituire tessuti che hanno perso funzionalità, un po' come capita per le cellule cutanee. Ed è su queste, ha ribadito il biologo, che si deve concentrare la ricerca sulle malattie, considerato che le cellule embrionali servono, in natura, per costruire tessuti e organi, non per ripararli. Applauso.
Proprio perché la scienza non è neutra, Mancuso si è dilungato sul problema della gestione degli embrioni e su quello della creazione di genitori biologici, senza normative precise in proposito. Ha poi sollevato un fatto spesso taciuto in questi giorni in cui la bandiera della libertà della ricerca è sventolata da più parti: «Negli ultimi vent'anni non ci sono stati progressi significativi sulle terapie all'infertilità», ha commentato. Come a dire che la scienza non deve abdicare a fornire risposte adeguate ai problemi della procreazione e che esistono tecniche alternative, come la chirurgia tubolare, che non vanno trascurate. Del resto i dati parlano chiaro: circa il 20% delle pazienti che ricorrono alla fecondazione in vitro hanno superato i 40 anni e per loro la probabilità di successo dell'impianto supera di poco il 3%. Mancuso ha difeso infine la legge 40 anche dall'accusa di scarsa tutela della salute della donna: stabilendo il numero degli embrioni (non più di 3) da impiantare, la paziente si sottopone a un trattamento farmaceutico (la stimolazione ovarica) più contenuto. Inutile dunque, questo il parere del medico, lanciare giudizi affrettati circa la validità della legge: «Attendiamo i dati dell'Istituto superiore della sanità e non affidiamo al referendum la possibilità di cambiare lo spirito della legge». Lungo applauso.

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