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Cede anche un «talebano» della fauna: «Alle notti di ronzio e punture dico no»

Parlando con amici mi sono accorto di essere considerato ormai uno dei difensori ufficiali nazionali di chi ha quattro zampe e una coda, anzi ho appreso che mi considerano il difensore degli animali tout court. Con l’approfondimento dell’analisi mi sono anche accorto di essere considerato un tantino talebano. Di fronte alle mie resistenze e al mio sdegno (talebano io?) non c’è stato verso. «Ti ricordi quando ti sei messo dalla parte della blatta che sta per essere inondata di insetticida dalla vecchietta schifata?», «Ma io veramente…». Ti ricordi quando hai scritto di avere goduto per l’incornata del toro? «Vabbè, ho un po’ esagerato…diciamo che è stato un transitorio piacere». «Ti ricordi quando, già da bambino, stavi dalla parte di Moby Dick e noi con Achab?». «Lo sono ancora. Moby fa benissimo a trascinare il capitano in fondo all’oceano. Se la lasciava stare, lui e i suoi arpioni…».
Ammetto di avere esagerato qualche volta, ma tutto nasce da quel giorno di tanti anni fa, quando quattro «bocia» di sei anni, tra i quali io, decisero di attraversare la strada e inoltrarsi negli adiacenti giardini pubblici, sconfinato territorio di caccia e di pericoli, in cui scorrazzavano bande avverse. Il manipolo di «eroi» aveva con sé due scatole di fiammiferi controvento, arma invincibile che ogni «bocia» degno di quel nome doveva procurarsi. L’idea era quella di dar fuoco alle lucertole. E non era solo un’idea. Partecipai anch’io all’inizio delle operazioni, poi finì che mi ritrovai a casa con un paio di lucertole bruciacchiate in una scatola di cartone che poi, nel tempo, ospitò decine di specie animali bisognose di cure, rondini, rondoni, bisce, rane, toporagni, moscardini, allocchi, civette ecc. Avevo tracciato la mia strada che portava alla loro estrema difesa.
Bene, oggi vi metterò a parte di una mia perversione, confesserò, come al più magnanimo dei sacerdoti, il mio peccato. C’è una maledetta bestia che voglio vedere annientata, sì la voglio sterminata, con i gas, i bazooka, le bombe atomiche, non me ne frega niente. Se soffre ancora meglio, perché se penso a quella stramaledetta carogna che mi ha fatto passare la notte insonne per poi sguinzagliarmi dietro i suoi sgherri diurni, voglio che soffra anche lei. La zanzara, questo il mio acerrimo nemico. Questa notte sono certo che era una sola, ma mille volte è scesa dall’alto, come uno Stuka, girando, come una moto nel pozzo della morte, dentro i miei padiglioni auricolari. E ogni volta era uno sberlone sull’orecchio. Sempre troppo tardi. Due minuti di calma e poi quell’insopportabile rumore di turbina che prelude all’orrido pasto di sangue e al grattamento feroce che ne consegue.

E c’è la zanzara comune, il cui nome (Culex) è tutto un programma, la zanzara tigre, che è venuta dalla Cina a massacrarci di giorno, il chironomo, che non disdegna di succhiare il sangue pure ai vermi (e forse alle rape), e lo zanzarone di palude, che solo a pensarci fa paura (e invece non punge). Sento già il Wwf e il suo anatema: «Grazioli, anche loro sono utili». Sì, ma dite alla carogna che se torna stanotte sono volatili poco dolci per lei, malafemmina.

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