In cella da marzo, Panahi comincia lo sciopero della fame

Il festival di Cannes si mobilita per il regista iraniano Jafar Panahi, che avrebbe dovuto prendere parte alla manifestazione come giurato e che invece si trova in carcere nel suo Paese e ha iniziato lo sciopero della fame. A chiedere la liberazione dell’autore di Il cerchio (Leone d’oro a Venezia nel 2000) e Offside (Orso d’argento a Berlino nel 2006) è stato il collega e connazionale Abbas Kiarostami alla conferenza stampa di presentazione del suo Copia conforme, film in concorso girato in gran parte in Toscana con Juliette Binoche e William Shimell. E a dare la notizia che Panahi ha cominciato lo sciopero della fame, provocando la commozione di alcuni presenti fra i quali la Binoche, è stata una giornalista iraniana che ha preso parte all’incontro con Kiarostami.
Panahi, da marzo in prigione a Teheran, è il cineasta che ha finora pagato più duramente la decisione di dare voce al dissenso, una scelta condivisa da altri famosi registi e attori iraniani. Panahi aveva manifestato sostegno all’opposizione subito dopo le contestate elezioni che il 12 giugno 2009 hanno riconfermato alla presidenza Mahmud Ahmadinejad, votazioni che sono state seguite dalle più grandi manifestazioni antigovernative nella storia della Repubblica islamica. Il 30 luglio il regista fu arrestato con moglie e figlia mentre partecipava a una commemorazione di Neda Aqa-Soltan, la manifestante uccisa dalla polizia. Alcune ore dopo i tre furono scarcerati, ma il regista è stato nuovamente incarcerato il 2 marzo con l’accusa di voler realizzare un film clandestino sulle proteste di piazza.
Abbas Kiarostami, il più famoso regista iraniano, è stato invece criticato da alcuni colleghi in passato per non avere osato assumere apertamente posizioni critiche del regime, anche se da 12 anni i suoi film in Iran sono censurati. Negli ultimi tempi ha assunto posizioni meno prudenti. È successo nel dicembre scorso, quando criticò quello che definì «un potere che da 30 anni non tiene conto dei bisogni dei cittadini». E poi ieri a Cannes, dove ha definito «intollerabile» la detenzione di Panahi.
Su posizioni decisamente antigovernative è Mohsen Makhmalbaf, il regista di Viaggio a Kandahar, che dopo le elezioni dell’anno scorso non è più rientrato in Iran e ha assunto il ruolo di portavoce all’estero del leader dell’opposizione, Mir Hossein Mussavi. E in esilio da un anno è anche Bahman Ghobadi, regista curdo-iraniano autore dei Gatti persiani, il viaggio nella musica proibita in Iran che a Cannes l’anno scorso vinse il Premio speciale della giuria. Anche i due protagonisti del film, Ashkhan Kushanejad e la sua ragazza Negar Shaghaghi, hanno chiesto asilo politico all’estero. Mentre la compagna di Ghobadi, e coautrice del film, la giornalista irano-americana Roxana Saberi è stata l’anno scorso a lungo detenuta a Teheran con l’accusa di spionaggio.
E da quasi due anni non può rientrare in patria nemmeno la giovane attrice Golshifteh Farahani, molto nota in Iran, minacciata di rappresaglie per essere comparsa nel 2008 in Nessuna verità di Ridley Scott.

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