Ciak sulla Roma torbida del ’70 Il delitto Casati diventa un film

RomaDopo i casi Marrazzo e Balducci, ampiamente battuti dai media, anche le nonne hanno capito che gli uomini possono perdere la testa per un armadio di novanta chili, alto uno e novanta e provvisto/a di attributi diversi, sia maschili sia femminili. Però c’è stata un’epoca (a questo punto, quasi «eroica») in cui l’eterosessualità dei costumi s’attestava al cento per cento (o quasi) e l’uomo amava la donna (e viceversa) con furia, passione, morbosità, gelosia, talvolta delitto. Così sembra vintage, cioè datato e perciò interessante, il caso dei marchesi Casati Stampa di Soncino, un lui e una lei ricchi, belli e spregiudicati, che ora riemergono dagli anni Settanta tramite un libro e un film. Né stupisce che, in quest’estate di apparente vuoto di notizie, incuriosisca l’annuncio della Ares Film di Alberto Tarallo: da La marchesa Casati, cronaca di due poveri amanti firmata da Mariateresa Fiumanò (Edizioni Anordest), verrà tratto un film sospeso tra il giallo di fatti mai chiariti, il rosa dell’aristocratica mondanità capitolina ante-crisi e il nero della cronaca più inquietante. «L’acquisto dei diritti del libro è stato formalizzato solo ieri da Tarallo», spiega Enrico Lucherini «che pertanto ancora non ha idea né di chi potrebbe essere il registà, né di come sarà formato il cast».
Si direbbe che i Settanta vadano forte, nell’immaginario cinematografico (il film di Placido su Vallanzasca, in concorso a Venezia, riesuma quel periodo, come Potiche del francese François Ozon, anche lui alla Mostra con la coppia Deneuve-Depardieu immersi nel 1977) e, ad ogni modo, tutto parte dal 30 agosto del 1970. Quando, in una serata romana senz’aria, né speranza, alla Squadra Mobile arriva una chiamata: si tratta d’un omicidio a Via Puccini, in quel triangolo snob dei Parioli detto «dei musicisti» (strade e piazze titolano dai compositori). Valerio Gianfrancesco, il capo della Mobile, si precipita sul posto, trovando una scena agghiacciante. Nel sontuoso appartamento, riversa su un letto, giace Anna Fallarino, quarantatrè anni e una protesi del seno ritoccato accanto; in un angolo c’è Massimo Minorenti, venticinque anni, prestante amante di lei, mentre per terra è steso il marito di Anna, il marchese Camillo Casati, quarantacinque anni e un pezzo dell’orecchio che gli pende da un quadro sulla parete. È stato lui a sparare, uccidendosi per ultimo con una Browning 20, dalla quale mancano sei colpi. È da subito chiara la natura del delitto e i giornali dell’epoca si mettono a sguazzare nel fango. «Oggi Anna ha incontrato un uomo. Era giovane e bellissimo. È stato un incontro fantastico. Anna era felice, ha partecipato intensamente», annotava il marchese, malato di voyeurismo e pertanto assiduo del litorale, dove rimorchiava militari, disposti ad accoppiarsi (per trentamila lire) con sua moglie sotto i suoi occhi. Il nobiluomo, erede d’una fortuna antica e finita nelle mani d’una sua figlia di primo letto, guardava. «Lo scandalo, che rese di pubblico dominio costumi sessuali liberi e pericolosi, contribuì ad abbassare di molto il livello della nostra censura, conferendo forte sponda all’arrivo della rivoluzione sessuale in Italia», scrive il criminologo Francesco Bruno nella prefazione al libro della Fiumanò, figlia d’un cugino della marchesa Casati. Far passare per rivoluzionari i due esemplari d’un certo modo d’intendere la «dolce vita», suona singolare. E c’è pure, nel libro, il tentativo di dipingere la nobildonna come vittima, schiacciata dai complessi di classe. E forse l’erigendo film tratterà anche la questione d’una costante presenza, nella routine della coppia Casati, di attori e attrici del momento. «Ho scritto la storia di Anna e Camillo, ma senza farne dei santi, perché non lo erano», premette la Fiumanò. Né stentiamo a crederlo.

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