Leggi il settimanale

Che Giro è stato: i top e i flop dell’edizione 109 della corsa rosa

Come ampiamente previsto ha vinto l’unico ciclista top in gara ma non sono mancate le sorprese nelle tre settimane che hanno appassionato gli appassionati delle due ruote. Vediamo come è andata

Che Giro è stato: i top e i flop dell’edizione 109 della corsa rosa

Il Giro d’Italia 2026 ha espresso tutti i verdetti del caso. Ha vinto il favorito d’obbligo, la cui superiorità nei confronti del resto del peloton è sembrata a volte imbarazzante ma la sensazione è che, quest’anno, la corsa rosa abbia un po’ deluso le aspettative del grande pubblico. Forse perché la vittoria non è mai apparsa in dubbio, forse per alcune tappe un po’ troppo caotiche o per la mancanza di un eroe dietro il quale schierarsi ma non sono mancate le sorprese. Vediamo quindi come è andato questo Giro, i ciclisti che hanno fatto meglio del previsto e quelli che, invece, si guarderanno indietro con rimpianto.

Vingegaard vince da cannibale

Il commento dell’immenso Francesco Moser dopo l’exploit del campione danese nelle tappe dolomitiche è lapidario: “Non so chi può battere Vingegaard”. Una espressione sintetica di una verità non scritta della quale tutti, in fondo, erano consci fin da prima della partenza in Bulgaria: in salita Jonas fa quel che gli pare. Dopo aver aperto una voragine in classifica generale con la vittoria a Cari nei confronti di Gall ed Arensman, la gestione della maglia rosa del capitano della Visma è sembrata fin troppo agile, come se la rincorsa all’unico grande giro che ancora gli mancava fosse una cosa già scritta. Non ha solo vinto, Jonas ha dominato in lungo e in largo, senza mai dare l’impressione di stare spingere fino in fondo, cosa che dovrebbe preoccupare non poco i suoi rivali al Tour, Pogacar incluso.

Vingegaard era arrivato per vincere ed ha vinto, entrando nel club ristretto di campioni che hanno vinto Giro, Tour e Vuelta: accanto a gente del calibro di Merckx, Gimondi, Hinault, Contador, Anquetil e Nibali c’è anche il suo nome. L’ultimo a mollare in montagna è stato Felix Gall ma alla fine anche l’austriaco ha accumulato un ritardo di oltre 5 minuti, un’eternità nel ciclismo moderno. Aggiungere alla maglia rosa ben cinque vittorie di tappa è ancora più impressionante, visto che al Tour era riuscito a vincere in carriera solo quattro volte. Secondo alcuni, Vingegaard non era nemmeno al meglio al Giro, visto che a preoccuparlo davvero era la battaglia di luglio con Pogacar e Seixas sulle strade di Francia. Jonas è come certe salite del Tour: hors categorie.

Le sorprese? Maigner e Gall

Mentre in Francia si strappano i capelli per lo scalatore Paul Seixas, il Giro 2026 ha consegnato ai tifosi transalpini un eroe delle volate. Il 22enne Paul Maigner è forse la vera rivelazione della corsa rosa, rivoluzionando le graduatorie dei velocisti a livello mondiale, umiliando più volte il favorito della vigilia Jonathan Milan fin dalla Grande Partenza in Bulgaria. Dopo aver vestito la maglia rosa, il francese ha chiuso con tre vittorie di tappa e la possibilità di completare il poker a Roma, un successo impressionante considerata la sua giovane età. La vittoria nella classifica a punti è arrivata grazie al ritiro di Narvaez nella tappa 19 ma la regolarità e la freddezza negli sprint hanno fatto alzare parecchi sopraccigli. La sensazione è che, con l’aiuto della Soudal Quick-Step, il francese possa prendere il posto di Alaphilippe ed Evenepoel, trasformandosi in un talento a tutto tondo.

Altrettanto convincente il Giro di Felix Gall, talento tirolese che sembra crescere anno dopo anno ed è ora diventato un pericolo per tutti quando la strada inizia a salire. Il ciclista della Decathlon sapeva che vestire la maglia rosa a Roma sarebbe stato quasi impossibile, vista la presenza del “mostro” Vingegaard ma non ha mai smesso di provarci. Ogni volta che il danese strappava, l’austriaco era pronto a rispondere, anche quando, magari, sarebbe stato più sensato lasciarlo andare. Gall non è riuscito a vincere una tappa ed ha confermato di avere enormi problemi nelle cronometro ma il suo Giro d’Italia è stato sicuramente il salto di qualità atteso da molti. Almeno cinque secondi posti, la sensazione di potersela giocare sempre, la tenacia degli uomini delle sue valli gli sono valsi il miglior risultato in carriera e la possibilità di potersela giocare in casa Decathlon con la stella di Seixas. Se il francese è accompagnato da tantissima hype, Gall ha dimostrato una solidità mentale inaspettata che potrebbe fargli guadagnare punti nelle gerarchie interne.

Italiani assenti non giustificati

Se la figura di Afonso Eulalio, portoghese della Bahrain Victorious che ha fatto sognare molti prendendosi la maglia rosa nella quinta tappa e tenendola per ben nove giorni, è forse la favola più bella di questo Giro d’Italia, Jhonatan Narváez ha salvato la Uae Team Emirates dal disastro dopo il ritiro di Yates, Vine e Soler. Con soli cinque corridori rimasti, l’ecuadoregno ha fatto il miglior Giro della sua carriera, portandosi a casa tre vittorie di tappa e lottando fino alla fine con Magnier per la maglia ciclamino. Le delusioni, purtroppo, sono quasi tutte italiane, a partire dai protagonisti annunciati, quelli che avrebbero dovuto rallegrare i tanti appassionati sulle strade del Bel Paese. Jonathan Milan avrebbe dovuto essere il dominatore delle volate e invece non è mai stato in grado di tornare al top dopo la delusione a Burgas nella prima tappa. Dopo la beffa a Sofia è arrivata l’occasione persa a Napoli, quando a rovinare il suo sprint è arrivata la caduta di Groenewegen: un Giro fortemente deficitario per il pistard azzurro che lascerà parecchie ruggini nei prossimi mesi.

Ancora peggio, se possibile, è andata a quello che, secondo molti esperti, avrebbe dovuto giocarsela fino alla fine nella classifica generale. Il Giro di Giulio Pellizzari era iniziato bene, con l’ottima seconda tappa passata accanto a Vingegaard ma le cose sono cambiate in peggio con l’attacco dissennato sul Blockhaus. Inseguire il danese su una salita così dura è stato un errore tattico grave che gli è costato parecchi secondi sia a Fermo che sul Corno alle Scale. Dopo la reazione sulla tappa di Pila, invece di un’ultima settimana al top è arrivato un malanno gastrointestinale dal quale non è mai riuscito a recuperare del tutto fino al disastro dell’arrivo in vetta a Cari. Il primo grande giro da capitano del classe 2003 si è trasformato in un calvario ed una delusione davvero cocente che potrebbe costargli carissimo in prospettiva.

L’ottima prova di Jai Hindley gli è costato il primato nella Red Bull Bora Hansgrohe e una grossa incognita per il futuro: nel 2027 vorrebbe fare il Tour ma, dopo una delusione del genere, lo farebbe da gregario di Roglic ed Evenepoel. Il panorama azzurro non è del tutto negativo grazie alla vittoria della classifica scalatori del generoso Giulio Ciccone ma, onestamente, da questo Giro ci saremmo tutti aspettati di più e di meglio.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica