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La chiave di Sara, la vera storia del Velodromo d'Inverno durante l'occupazione nazista

La chiave di Sara è un film che racconta una delle pagine più terribili del collaborazionismo francese durante l'occupazione nazista: il rastrellamento al Velodromo d'Inverno

La chiave di Sara, la vera storia del Velodromo d'Inverno durante l'occupazione nazista

La chiave di Sara è il film che va in onda questa sera alle 23.21 su Iris. Prodotto nel 2010 e arrivato in sala, in Italia, solo nel 2012, La chiave di Sara è tratto dall'omonimo romanzo di Tatiana De Rosnay e racconta uno degli episodi più terribili e meno conosciuti della Shoah: il rastrellamento del Velodromo d'Inverno di Parigi, avvenuto nel 1942.

La chiave di Sara, la trama

Sarah Starzynski (Mélusine Mayance) è una bambina ebrea che, insieme alla sua famiglia, viene catturata dai nazisti con la collaborazione della polizia francese e condotta al Velodromo d'Inverno, in attesa di essere trasferita nel campo di concentramento di Auschwitz. Poco prima di essere catturata, però, Sarah riesce a nascondere il suo fratellino Michael in un armadio a muro chiuso a chiave. Nella Parigi dei giorni nostri, la giornalista Julia (Kristin Scott-Thomas) è incaricata di fare ricerche e scrivere un pezzo sui fatti terribili avvenuti al Velodromo d'Inverno, dove i prigionieri venivano trattati in condizioni disumane. Durante le sue ricerche la donna scopre che la casa in cui abiterà è proprio quella della famiglia Starzynski e sarà così che inizierà un'indagine alla ricerca di Sarah e della sua storia.

La storia del Velodromo di Parigi

È ancora buio pesto quando, alle quattro del mattino, le strade di Parigi rimbombano del suono di quasi cinquemila poliziotti francesi. È l'alba del 16 luglio 1942 e la storia francese si sta per macchiare di una delle pagine più terribili ma meno conosciute della storia della Seconda Guerra Mondiale: l'operazione Vento di Primavera. Con questa "etichetta" - che ha dato il titolo anche a un film che vede Jean Reno tra i protagonisti - si riconosce universalmente il rastrellamento effettuato per mano della polizia collaborazionista che portò all'arresto di circa tredicimila ebrei che videro il loro mondo andare in mille pezzi a una velocità inaudita. Una velocità che impedì loro di difendersi, ma non di rendersi conto di quello che avrebbero dovuto affrontare. Come si legge su Il Post, l'operazione Vento di Primavera portò anche al rastrellamento di quattromila bambini di un'età compresa tra i due e i quindici anni. Uno degli aspetti più spaventosi di questa vicenda fu la consapevolezza che a condannare a morte pressoché certa così tanti minori non fu un qualche generale del Terzo Reich, ma un primo ministro francese, Pierre Laval. Le parole del responsabile del collaborazionismo francese, riportate da Il Post, cercano di celare l'orrore dietro una falsissima bontà d'intenti. "Per un principio umanitario ho ottenuto," disse l'uomo, "contrariamente alle prime intenzioni dei tedeschi, che i figli, compresi quelli minori di sedici anni, siano autorizzati ad accompagnare i genitori".

La chiave di Sara racconta in parte proprio questo brutale rastrellamento di minori, questo vortice di violenza che condusse alla morte migliaia di ebrei e lasciò incubi nei sopravvissuti. La polizia collaborazionista era addestrata e preparata a reagire senza preoccuparsi delle conseguenze, senza fermarsi davanti a niente e nessuno. Chi rifiutava l'arresto o cercava di resistere ai pubblici ufficiali veniva immediatamente minacciato di morte. Non servivano a niente né le suppliche né i tentativi di togliersi la vita: la macchina nazista si era messa in moto e la polizia non aveva intenzione di essere un ostacolo tra gli ingranaggi. Una parte dei prigionieri venne fatta salire su alcuni autobus requisiti dalle forze dell'ordine alla società di trasporto pubblico e condotta al campo di Drancy, che rappresentava solo una prima sosta prima del lungo viaggio fino ad Auschwitz-Birkenau. Per tutti gli altri, come si legge su Le Figaro, si profilò un'evenienza forse ancora peggiore: vennero spediti presso il cosiddetto Velodromo d'Inverno. Situato vicino alla Tour Eiffel, il Velodromo d'Inverno si trovava nel quindicesimo arrondissement ed era un luogo destinato alle gare di ciclismo. Bastarono però cinque giorni appena per trasformare un teatro dedicato allo sport in un luogo di morte e disperazione. Tra le testimonianze raccolte da Le Figaro si comprende quanto disumane fossero le condizioni dei prigionieri. Si legge infatti : "I pochi servizi igienici furono rapidamente intasati. Traboccavano e inondavano gli internati. Questa situazione portò in breve tempo a una serie di svenimenti, esaurimenti nervosi, malattie e tentativi di suicidio (...) In cinque giorni si sono verificati diversi casi di follia, tanti tentativi di suicidio e una trentina di morti, tra cui diversi bambini. È difficile stimare il numero di morti del Velodromo". I prigionieri venivano trattati come se non fossero più nemmeno umani, come se di colpo avessero perso qualsiasi diritto. Non è un caso, forse, che la scrittrice Margaret Atwood si sia ispirata proprio a questa pagina di storia in una delle sequenze più terribili de I testamenti, il seguito de Il racconto dell'ancella.

La responsabilità della Francia

Tutti gli ebrei del Velodromo che non perirono tra le mura sempre più irrespirabili dell'edificio vennero trasportati nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Di più di tredicimila ebrei costretti a lasciare la loro vita, solo qualche centinaio riuscì a fare ritorno, diventando la voce della memoria, la testimonianza di quella responsabilità che il governo francese non volle mai accettare. Per decenni, infatti, i capi di governo scelsero di nascondere la testa sotto la sabbia, scaricando la colpa di crimini contro l'umanità a un governo che si era piegato alla legge di uno stato straniero. Il governo di Vichy era un'onta per un paese che si basava sui valori di fratellanza, libertà e uguaglianza, e solo nel 1995, sotto la presidenza Chirac, gli ebrei francesi si videro riconosciute le loro sofferenze e la perdita di tanti concittadini, quando finalmente la Francia riconobbe il ruolo da carnefice avuto durante il rastrellamento del Velodromo d'Inverno. Il Velodromo è stato ufficialmente demolito nel 1959, dopo che un incendio ne aveva compromesso una buona parte. Al suo posto, ora, c'è un giardino commemorativo per le vittime.

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