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"Luchino Visconti aveva il fascino assoluto"

A cinquant’anni dalla morte del grande regista, parla la figlia della sua sceneggiatrice prediletta, Caterina D'Amico

"Luchino Visconti aveva il fascino assoluto"

Regista impareggiabile, autore di capolavori assoluti, maestro di metà del teatro e del cinema italiani.
Cinquant’anni fa, il 17 marzo 1976, moriva Luchino Visconti. Lo ricorda con noi una testimone diretta del suo carisma ineguagliato: Caterina D’Amico, figlia della sua sceneggiatrice prediletta, Suso Cecchi D’Amico.

Scrisse Zeffirelli: «Luchino era un Giove. Avvicinarsi a lui come entrare nell’Olimpo».
«Luchino era naturalmente circonfuso da un’aura di fascino assoluto. Incuteva soggezione. Entrava in una stanza affollata e tu guardavi solo lui. Gli ammessi alla sua corte lo adoravano al punto da essere detti “gli alluchinati”. Perfino la mia tata, quando lui veniva da noi al mare, impazziva: “Come faremo? A casa sua gli cambiano le lenzuola tutti i giorni!”. Antonioni scrisse che quando lo vide nel ’45 ad un caffè di via Veneto, fu colpito dal modo in cui guardava i passanti. Come fossero stati tutti di sua proprietà».

E Luchino era consapevole della propria autorevolezza?
«Zeffirelli raccontava: “Gli ho visto licenziare un cameriere perché non aveva pettinato il gatto”.
Credo sia un’esagerazione. Però dà un’idea del personaggio. Una volta all’ingresso della Scala fu bloccato da un custode che non l’aveva riconosciuto. “Lei non sa chi sono io!”, s’infuriò Luchino.
“Perché s’arrabbia tanto? - minimizzò il custode -. Prima o poi tutti dobbiamo morire”. E Luchino: “Lei, morirà. Io no!».
La biancheria antica nei cassetti, i fiori freschi fatti venire da Sanremo, le tappezzerie originali alle pareti... Attorno allo sfarzo dei suoi set, e della sua vita privata, sono fiorite leggende d’ogni tipo.
«Metà delle quali inventate dal suo adorabile press agent, Lucherini. Però che vivesse nell’opulenza non c’è dubbio. A pranzo da lui ad Ischia, col caldo spaventoso di agosto, si servivano ugualmente cinque portate. Fra le sue carte ho trovato cose come le liste della biancheria, le piante dei posti a tavola nelle cene... Il suo mondo era quello. Anche con i film erano spese folli. Per Le notti bianche, che doveva essere “un piccolo film”, ricostruì a Cinecittà un intero quartiere di Livorno, ponti e canali compresi. E per avvolgerlo di nebbia non usò i fumogeni, come avrebbe fatto chiunque altro. Ma chilometri di costosissimo tulle».
Una magnificenza criticata da chi lo chiamava «il conte rosso». Tennessee Williams lo definì «un comunista da boutique». Salvador Dalì osservò: «Fa il compagno, ma poi mangia in piatti d’oro».
«La differenza sta nel fatto che tutto questo Luchino se lo guadagnava col suo lavoro. Di cui aveva un vero culto. E ci mise sempre del suo. Per fare teatro si è venduto le azioni di famiglia, facendo infuriare i fratelli. “Quanti quadri di Guttuso ha venduto - raccontava Citto Maselli - per aiutare intellettuali squattrinati come me!”. Che altro avrebbe dovuto fare? Mollare tutto e fare l’operaio? Era un comunista, non un francescano».

Tuttavia al Pci di allora, che pure lo sfoggiava come un trofeo, creò più di un imbarazzo.
«È vero. Togliatti lo difendeva, ma in privato. E lo teneva a distanza. Perché? Perché era aristocratico e omosessuale. Una omosessualità, peraltro, vissuta discretamente: Luchino detestava l’ostentazione. Una volta Helmut Berger gli propose una serata in una discoteca gay. “Per carità - scattò lui - un locale di froci!”».

Ricorrenti in questa vita rutilante anche gli scandali. Da L’Arialda di Testori sospesa per oscenità, ai fotogrammi di Rocco e i suoi fratelli “oscurati” per oltraggio al pudore.
«Per non dire della rissa scoppiata a Venezia nel 54, quando al suo Senso e a La strada di Fellini fu preferito il brutto Romeo e Giulietta di Castellani. Ma La strada era stato adottato dai democristiani, Senso dal Pci. Risultato: “alluchinati” e felliniani se le dettero di santa ragione. Nacque così la rivalità fra Luchino e Federico. Quando ne La strada Visconti vide la Masina truccata da clown, esplose: “Ma sembra Macario!”».

Qual’è il segreto di film memorabili come Il Gattopardo, o di spettacoli sublimi come la Manon Lescaut?
«La qualità eccelsa di una fattura sopraffina, frutto dell’amalgama di collaboratori formati come in una bottega rinascimentale.
L’elenco dei grandi dello spettacolo che gli devono molto è interminabile. Prese Paolo Stoppa, che faceva la spalla di Totò, e lo tramutò nel Raskolnikov di Delitto e castigo. Prese il Renato Salvatori di Poveri ma belli, e lo trasformò nel Simone di Rocco e i suoi fratelli».

Poi però delle sue creature era anche gelosissimo. Zeffirelli racconta che tentò di tarpargli le ali.
«Se qualcuno della “corte” lavorava con altri lui si seccava, è vero.
Ma il caso di Zeffirelli è più complesso. I due avevano attorno un entourage gay che li metteva l’uno contro l’altro. Ci furono perfino delle lettere anonime. Luchino sconsigliò Franco di girare il suo primo film, Camping, non per osteggiarlo, ma perché lo riteneva ancora immaturo. E, visti i risultati, aveva ragione. Ma riconosceva e amava molto il suo talento».

C’è mai stato un attore che non fosse totalmente soggiogato dal fascino di Visconti?
«Vittorio Gassman. Quando Luchino lo diresse in Oreste, Gassman si rese conto che di teatro classico non sapeva nulla. Di lui Luchino diceva: “Gassman è uno Stradivari, uno strumento perfetto.
Ma ha cattivo gusto.
Deve essere diretto da un altro”. Anni dopo Gassman mi 1 confessò: “L’ho rivalutato”. Di teatro classico Visconti non capiva niente, è vero. Ma sul contemporaneo non ce n’è stato un altro come lui”.

Due miti imprescindibili, nell’epopea viscontiana: Maria Callas e Anna Magnani.
«Maria, poverina, era innamorata di Luchino. In un modo imbarazzante. Ma Luchino era bello, era virile: Coco Chanel, Marlene Dietrich; perfino Elsa Morante, persero la testa per lui. Anna Magnani no: lei ci litigò. Quando a Venezia Luchino non volle premiarla per Suor Letizia, lei si offese a morte. Non gli parlò per anni».

Secondo Arbasino

«Prima Visconti si occupava di istanze sociali. Ora ama le opaline e gli efebi biondi».
«Era una moda accusare Visconti di essere solo un arredatore. Sarebbe come accusare Caravaggio di essere solo un neorealista».

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