Quadri, produzioni e banche. Pupi Avati: "Giro ancora film perché non mi sono arricchito"

Il regista bolognese parla a IlGiornale.it del suo rapporto con il denaro e di come il cinema stia in piedi grazie a un'economia a sé

Pupi Avati
Pupi Avati

Si chiama Giuseppe, ma nel pantheon del cinema italiano è entrato col nome con cui tutti lo chiamano da sempre: Pupi. Stiamo parlando di Pupi Avati, uno dei più prolifici registi del Belpaese che ha girato film rimasti nell’immaginario collettivo come “Regalo di Natale” o “Il papà di Giovanna”. Che si apprezzi o meno il suo cinema, il regista bolognese è uno dei pochi contemporanei capace di dare un marchio di fabbrica al suo lavoro dietro la cinepresa: un film “alla Pupi Avati”, infatti, è un film riconoscibile, con caratteristiche precise. È anche uno dei pochi – se non l’unico – ad aver sperimentato la doppia veste di regista e produttore, insieme al fratello Antonio e per questo conosce bene rischi ed opportunità economiche del mondo del cinema.

Che rapporto ha con i soldi?

"E’ molto importante il rapporto di un autore con il denaro, specialmente per chi come me ha scelto di diventare produttore di sé stesso. Quando sono in fase di sceneggiatura e scrivo, ad esempio, “2000 cavalieri scendono dalla collina”, subito mi scatta la lucetta rossa dei costi e così riduco a “70 cavalieri”. Da produttore/regista sto sempre attento a rientrare nel mio budget perché nel cinema non c’è nulla di creativo che non sia transitato attraverso un condizionamento finanziario e attraverso una quantificazione dei costi. Ecco perché mettersi in proprio significa affrancarsi da molti condizionamenti, potendo godere di una libertà espressiva, creativa e produttiva anche se in cambio di un ridimensionamento dei costi."

C’è una frase o un episodio della sua infanzia che hanno segnato il suo approccio con il denaro?

"La mia famiglia era abbiente: mio padre era un collezionista di quadri ed aveva una delle gallerie più prestigiose d’Italia. Ma morì giovane, a 42 anni, in un incidente stradale. Mia madre si trovò da sola con tre figli e per andare avanti dovette cominciare a staccare i quadri. Mi ricordo noi bambini che la accompagnavamo a Firenze o a Bologna a portare questi quadri avvolti nel plaid ai mercanti. Li sottopagavano, approfittando di una vedova che non ci capiva molto. Avevamo firme importantissime e il ricavato ci bastò per andare avanti. Quindi ricordo questa scena di mia madre che andava a vendere – anzi, svendere – i quadri di nostro padre e poi ci portava tutti in trattoria."

Il denaro è sinonimo di successo?

"In generale il cinema ha col denaro un rapporto molto complicato. In cinquantasei anni di carriera posso dire di aver individuato una costante: i miei film a basso costo sono andati sempre meglio di quelli ad alto costo. Ad esempio “Regalo di Natale” ebbe un costo minimale e lo girammo proprio per recuperare un film che era andato male, “Festa di laurea”. Poi io e mio fratello siamo noti nell’ambiente cinematografico perché non ricorriamo a cast di moda, ma cerchiamo di reinventare attori lontani dalle scene da un po’. Ad esempio, nel mio nuovo film in uscita il 4 maggio, “La quattordicesima domenica del tempo ordinario”, abbiamo scommesso su Edwige Fenech che per la prima volta reciterà in un ruolo drammatico."

Ha fatto investimenti in passato che non rifarebbe?

"Ho girato e prodotto un film, “I cavalieri che fecero l'impresa”, che è costato quindici miliardi ed è andato malissimo. Da lì si è aperta una voragine perché quindici miliardi sono una cifra importante. C’è stata una stagione nell’economia occidentale, in particolare italiana, in cui le banche erano propense a supportarti in qualsiasi tipo di impresa. In un periodo degli anni ‘90 lavoravamo con diciassette banche che ci avevano aperto dei fidi, poi ad inizio del nuovo millennio è cominciata la necessità di rientrare. Ma come fai? Il cinema vive di un’economia tutta sua: quando vanno male i film perdi tantissimo, quando vanno bene non guadagni quasi nulla perché ti caricano spese. A meno che non fai cinepanettoni o i film di Checco Zalone che fanno incassi stratosferici."

Qual è stato il suo investimento più azzeccato?

"Girare e produrre quello che è stato il film più economico del 1976, “La casa dalle finestre che ridono”. Io e mio fratello eravamo disperati perché avevamo fatto un film molto costoso, “Bordella”, costato 500 milioni e che era stato sequestrato per oscenità. Avevamo perso la possibilità di incassare, quindi decidemmo di costituire questa società e fare un piccolo horror. Spendemmo 150 milioni di lire per 12 persone in totale, compresi gli attori. Quell’horror è stato un così grande successo che ancora oggi, quando presenzio alle conferenze, i ragazzi mi chiedono di autografare il dvd. Noi poi abbiamo ceduto i diritti, non abbiamo lucrato ma le società che li hanno comprati hanno continuato e continuano a guadagnarci ancora oggi. Un film così è come un grande palazzo con tanti appartamenti in affitto e tutti gli anni puoi andare lì a riscuotere gli affitti, senza fare nulla."

Ha mai la sensazione di non avere abbastanza soldi?

"La scelta di un’indipendenza culturale e produttiva a livello economico-finanziario è stata un bagno di sangue. Ho vissuto la libertà di raccontare le storie che volevo tutte le volte, quindi non ho frustrazioni.

Tuttavia, a 84 anni e in una fase pre-conclusiva della mia carriera posso dire di non aver maturato quelle risorse che mi consentono di sedermi, riposarmi e godermi ciò che ho fatto. Devo continuare a lavorare ed essere assillato dai problemi. Ma forse è anche un bene perché questo tiene la mia mente e il mio cervello in attività."

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