La città tra consenso e progresso

LOCOMOTRICE D’ITALIA Negli anni Venti e Trenta furono amplificate le potenzialità del capoluogo

La Milano di prima della Seconda guerra mondiale e ignara della catastrofe, era una Milano fiduciosa. Il senno di poi getta un'ombra di inquietudine perciò sulle immagini di una straordinaria raccolta fotografica di quel tempo, inedita e organizzata in volume dalla casa editrice Carte Scoperte con il titolo Milano nel Ventennio (pagg. 116, euro 34,50). L'intento di questa collezione, a cura di Gianni e Maurizio Maiotti e corredata dai testi puntuali di Erica De Ponti e dalla prefazione di Ambrogio Borsani, è tuttavia quello di restituire al lettore-spettatore una visuale complessiva della vita di tutti i giorni nel capoluogo lombardo, in quei decenni Venti e Trenta. Per quanto le foto risentano di un qualche intento celebrativo e di aspettative sproporzionate ai mezzi della società di allora, conservano però uno straordinario valore di documento. Proviamo a decifrarle. Troviamo una città già in espansione, già metropoli, con cantieri ben organizzati ed edifici che si adeguano volentieri allo stile architettonico razionalista. La cerchia dei Navigli fu coperta, come sappiamo, alla fine degli anni Venti, il che ci lascia qualche rimpianto, ma è anche vero che il traffico incalzava, che le automobili aumentavano, e i vigili urbani, i leggendari «ghisa» non erano ridotti, come oggi, al ruolo di esattori di contravvenzioni, quanto piuttosto a quello, ben più nobile, di esperti nel controllo della circolazione. A loro era affidato il compito di conteggiare il numero di passaggi delle vetture nei luoghi cruciali, e perfino di analizzare le statistiche degli incidenti, meno rari di quanto si possa immaginare (9mila investimenti all'anno). L'Italia tutta era in un'epoca di transizione verso la modernità, e Milano ne rappresentava, come sempre, la locomotrice. Un esempio: le strade cittadine, tra corso Sempione e la Fiera Campionaria, dal 1936 - gli anni del pieno consenso popolare -, erano diventate protagoniste del Circuito di Milano, gara automobilistica per i bolidi di allora, vero e proprio Grand Prix cittadino. Su un fronte completamente diverso, più intimo ed intimista, inteneriscono invece i ritratti di giovani e anche giovanissimi fascisti, figli della Lupa orgogliosi e inconsapevoli. Negli scatti di gruppo, in margine a feste o manifestazioni, si possono decifrare gli stati d'animo: il popolo era alla ricerca di un riscatto sociale in un benessere che appariva finalmente accessibile. Fiorivano le industrie e i negozi. Le gallerie del centro, da piazza Duomo a corso Vittorio Emanuele, scintillavano di vetrine seducenti. I tram circolavano a spirale intorno alla cattedrale-simbolo, in odore di profanazione, tanto che i loro tracciati, a un certo momento, furono resi meno stringenti. L'ordine, un ordine razionale, sembrava volersi imporre come un nuovo costume da presentare al mondo che guardava di che cosa fossero capaci gli italiani. Del resto il fascismo, pur con i suoi limiti velleitari, era nato proprio qui, e la sede del Popolo d'Italia torreggiava in Piazza Cavour con una sfrontatezza di cui oggi non v'è quasi più traccia. Le vie Turati e Manzoni, in compenso, apparivano meno movimentate di oggi. Non erano le direttive pedonali verso un quadrilatero della moda ancora da venire. Portavano, semmai, alla Scala o verso la Pinacoteca e l'Accademia di Brera. Altri fasti, meno effimeri e frivoli, ed è proprio questo patrimonio che ci piace pensare non andrà mai dimenticato o disperso.
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