Più che arte-top, sembra che quest'anno la scena della critica globale abbia preso una serie di toppa(r)te. Non che gli anni scorsi fosse andata molto meglio, ma in questo fine 2025 ti cascano le braccia, se scorri le classifiche internazionali del meglio dell'arte dei dodici mesi passati. Non basta: visto che il 25 segna il chiudersi del primo quarto di secolo, c'è chi s'è lanciato pure nell'elenco dei 25 best works del ventunesimo secolo.
La classifica è di Frieze, la rivista inglese ammiraglia dei magazine che si occupano di nuove tendenze, che ha affidato la selezione a un panel di curatori, critici, artisti, direttori di museo. Andiamo direttamente all'opera al numero uno: sorpresa, è un'anonima scrivania da ufficio angolare, con piano di plastica maròn e gambe e cassetti di metallo grigio. L'ha firmata l'artista Cameron Rowland nel 2016, s'intitola Attica Series Desk e guarda un po', non ci siamo sbagliati: è proprio una scrivania "unremarkable" (così Frieze). Che diventa però un'opera d'arte epocale, anzi "discretamente monumentale e profondamente inquietante" nel momento in cui si apprende che è stata costruita dai detenuti del carcere di Attica.
Ora, ognuno si può emozionare per quel che gli pare, e non è che non sia importante occuparsi di carceri e carcerati. È che pare disarmante che la crème della critica contemporanea consideri il capolavoro del secolo un ready-made (cent'anni dopo Duchamp), che per suscitare un minimo di interesse abbisogna del libretto delle istruzioni.
Ma quest'anno, anzi questi ultimi cinque, se non dieci anni, va così: il valore di un'opera non è nell'opera in sé ma nel suo portato, e non importa quanto l'opera sia derivativa, già vista, scialba, insignificante a un primo sguardo, e che insignificante rimanga anche dopo un'analisi approfondita, se questa non viene accompagnata da spiegazioni. Il portato, di preferenza, ha a che fare con disagio, discriminazione, denuncia del privilegio, stigmatizzazione delle disparità. Insomma, con la solita musica ormai ascoltata fino alla saturazione.
È inevitabile constatare che costituisce titolo di pregio che l'artista appartenga a Paesi, etnie, categorie che disagio e discriminazione li hanno subìti per secoli o che li vivono ancora sulla propria pelle. Prendiamo la classifica Power100 di ArtReview. Al numero uno troneggia Ibrahim Mahama, ghanese. I lavori di Mahama consistono in assemblaggi di materiali di scarto come tessuti, sacchi, scatole da calzolaio, letti d'ospedale arrugginiti, che sono (citiamo) "un intreccio ordinato di capitalismo e spreco, colonialismo e neocolonialismo". Sì, però settant'anni dopo i sacchi di Burri e cinquanta dopo il carbone e le putrelle di Kounellis. E, pure, non dimentichiamoci che una delle specialità di Mahama è avvolgere muri, appartamenti, o interi palazzi con sacchi di juta. Cinquant'anni dopo Christo. Certo, sono fabbricati in Asia e importati in Ghana per trasportare fave di cacao e riso in Europa e America, spesso riutilizzati per trasportare semi o carbone per il consumo interno, come sottolineano tutti i testi critici sull'artista ghanese. E questo dovrebbe fare la differenza? È molto interessante al riguardo, e condivisibile, una voce critica fuori dal coro, quella del collettivo italiano Luca Rossi, come sempre anticonformista e pungente, che nel successo di Mahama vede una "nuova forma di colonialismo con cui il sistema occidentale internazionale cerca di lavarsi la coscienza".
Se guardiamo alle tecniche, nei 25 lavori del secolo di Frieze, e tra le opere degli artisti inseriti nella classifica Power100 di ArtReview, prevalgono installazioni, performance, ready made, video. La pittura al solito è trascurata, se non ignorata, nonostante i dipinti siano quel che si vende nelle gallerie, quel che domina le aste, e la ricerca pittorica sia più viva che mai (ma basta, è un discorso di cui si è scritto talmente tante volte che occorre rassegnarsi).
Ben venga allora, in controtendenza, la selezione dei dieci artisti più influenti del 2025 stilata da Artsy, un sito tra i più importanti per la compravendita online e l'informazione sull'arte contemporanea. In elenco ci sono ben cinque pittori.
Ma rieccoci, anche qui non si evade dal nuovo stereotipo del greenwashing delle coscienze post-coloniale e antirazzista: i pittori sono africani, o afroamericani, o perlomeno asiatici. Per carità, ottimo che sia incluso Kerry James Marshall, è un scelta eccellente: afroamericano, settantenne, Marshall è un talento pittorico immenso, che da sempre dipinge afroamericani in scene di vita che gli sgorgano dal cuore, con un figurativo complesso ma sintetico, antidecorativo. Un maestro che dipinge così perché così si sente, senza messaggio educativo annesso, e un artista established che non a caso passa all'asta ormai costantemente sopra il milione. Ma Amy Sherald? Nota per essere stata scelta, nel 2018, per realizzare il ritratto di Michelle Obama, dipinge soggetti afroamericani con una piattezza che lascia sgomenti: i suoi sono dipinti realistici semplificati, di norma su sfondo neutro, al limite dell'illustrazione, banali ma piacevolmente colorati quanto ad abiti e accessori, in un cristallino esempio di couch art, cioè di rassicurante arte da divano. Couch art black peraltro praticata, quasi identica, da una pletora di altri artisti afroamericani o africani (Otis Kwame Quaicoe, Johnson Eziefula, Kehinde Whiley, Jordan Casteel...), che in America hanno trovato un mercato, complice verosimilmente quel greenwashing delle coscienze di cui si diceva. E cioè, più prosaicamente, complice una svolta socialmente rispettabile, suggerita dai grandi galleristi americani, alla ricerca di nuovi nomi per rivitalizzare un mercato fatto essenzialmente di collezionisti bianchi, straricchi, e per solito liberal. Ma torniamo ad Amy Sherald e ad Artsy.
Il sito racconta di una sua mostra personale itinerante di alto profilo, American Sublime, organizzata dal San Francisco Museum Of Modern Art e già ospitata, tra l'altro, al Whitney Museum. La terza tappa del tour era programmata alla National Portrait Gallery dello Smithsonian Institution a Washington, e includeva il dipinto Trans Forming Liberty (2024). Opera pittoricamente debolissima, rappresenta però un nero, trans (cosa che onestamente dal dipinto in sé nemmeno si evince), che regge una fiaccola a guisa di Statua della Libertà. La National Portrait Gallery ha suggerito la possibilità di sostituire il quadro con un video di persone che reagiscono al dipinto, per evitare così di incorrere nelle ire di Donald Trump, che nel 2025 ha emesso un ordine esecutivo con forti restrizioni ideologiche sulla programmazione dei musei dello Smithsonian Institution. Amy Sherald, per protesta, ha preferito cancellare in toto la sua personale. Ha fatto bene, ha fatto male? Rimane una pittrice mediocre, ma certamente è grazie anche a questo messaggio che si piazza onorevolmente tra gli artisti più influenti del 2025 di Artsy, e tra i primi 10 pure nella già ricordata Power100... Ma quanto a dipinti dissacranti con soggetto icone del nostro tempo, verrebbe da ricordarle che esiste un certo Giuseppe Veneziano che, in Italia, fa questo tipo di ricerca da una ventina d'anni...
Un po' di cinismo, per chiudere. Nnena Kalu, vincitrice del Turner Prize 2025, è inclusa anche nei 10 artisti più influenti di Artsy. Le sue opere sono delle matasse di corde colorate, carte, nastri, per solito appese al soffitto.
Uso le parole del critico d'arte del The Guardian (quotidiano progressista inglese), che commentando la shortlist del Turner Prize 2025 l'ha definita la più noiosa di sempre, e le opere di Kalu "incapaci di stupire o spaventare chicchessia". La Kalu ha sessant'anni, è nera, ed è autistica. Possiamo essere felici per il riconoscimento dato a un'artista che sicuramente nella vita ha sofferto. Sì, ma la qualità dell'opera dov'è?