Il cocchiere dei genovesi diventato gangster

Negli stessi anni, spezzati dalla guerra, l’«Omino» trionfava nelle più grandi corse del ciclismo, dalla Milano-Sanremo al Giro d’Italia

Il cocchiere dei genovesi diventato gangster

Paolo Bertuccio

Sante Pollastro, il pericoloso bandito. L’avevamo lasciato a faticare su polverose strade di provincia. Come si può facilmente immaginare, i suoi tentativi di cimentarsi agonisticamente sui pedali andarono a vuoto, ma a quel punto il nostro aveva già trovato un’attività più redditizia a cui dedicarsi. I racconti sugli inizi della carriera criminale di colui che in meno di dieci anni diventerà un famoso pluriricercato sono, com’è ovvio, assai nebulosi. Quel che è certo è che il giovanissimo Pollastro si era inventato un lavoro onesto, tanto per sbarcare il lunario: con un calesse portava a spasso i ricchi genovesi che possedevano la villa a Novi Ligure. Senonché questa occupazione gli serviva per tenere d'occhio tutti gli spostamenti di questi facoltosi signori, le cui case poteva così svaligiare con l’aiuto della banda che aveva pian piano raccolto intorno a sé. Lo spirito d’iniziativa non mancava a questo giovanissimo delinquente, che con i propri complici scassinava anche i vagoni merci che sostavano in grandi quantità nell’allora importante nodo ferroviario di Novi.
Intanto le prime imprese di Girardengo cominciavano a far clamore, per le strade della cittadina, e nemmeno Pollastro poteva evitare di diventare un accanito tifoso del campione, tanto più che la mano magica dietro questi successi era del buon Biagio Cavanna, con cui era rimasto in cordiali rapporti. Più che un’inesistente amicizia, il vero trait d’union tra il bandito e il campione fu il carismatico massaggiatore.
Venne la Grande Guerra, e allo sport si pensava poco. Girardengo, probabilmente in virtù dei suoi meriti sportivi, riuscì a servire la Patria lontano dal fronte, in una fabbrica di mine. Il conflitto, ciclisticamente parlando, ebbe sicuramente un effetto funesto sulla carriera dell’Omino di Novi, che non poté correre proprio negli anni in cui un atleta, mediamente, dà il meglio di sé. Un destino che lo accomuna, curiosamente, al suo erede Fausto Coppi, che venticinque anni dopo fu costretto da una guerra ancor più sanguinosa a sospendere temporaneamente e a riprendere cinque anni dopo la più esaltante epopea ciclistica di tutti i tempi.
Anche Pollastro, ragazzo del ’99, ebbe il suo da fare per evitare il contatto con la trincea: coerentemente con il suo stile di vita avventuroso, riuscì a farsi passare per matto, a costo di trascorrere un periodo di internamento in manicomio.
Il tempo di pace vede i nostri eroi riprendere, nel bene e nel male, il discorso interrotto tre anni prima. 1918, Milano-Sanremo, la corsa preferita di Girardengo, che la vincerà ben sei volte in carriera. Il novese va in fuga a Tortona e la gara praticamente finisce lì. Nei duecento chilometri che mancano al traguardo nessuno lo prende più. Solo Tano Belloni, cremonese di Pizzighettone, il primo grande rivale di Gira, riesce a mantenere un distacco accettabile: taglierà il traguardo tredici minuti dopo l’Omino. Nel ’19, poi, il nostro si toglie la grande soddisfazione di vincere finalmente il Giro d’Italia, e di vincerlo da campione vero. Ancora convalescente dalla febbre spagnola che affligge l'Europa dell’immediato dopoguerra, mantiene la testa della classifica dalla prima all’ultima tappa. Il pubblico ribattezza quest’edizione della kermesse «Il Giro di Gira».
Se l’ascesa sportiva di Girardengo può dirsi a questo punto completa, l’altro protagonista della nostra storia sta per iniziare la sua triste scalata agli onori delle cronache. È chiaro che per un ambizioso delinquente il tempo dei furti in villa e sui treni non può durare in eterno. Sante Pollastro, poi, «ha una mira eccezionale». Verissimo: se la polizia lo insegue, lui correndo in moto spara sui lampioni per fare buio e coprire meglio la fuga. Essere un buon tiratore ha i suoi vantaggi: quando uno sa maneggiare bene la rivoltella, fa paura e può aspirare a qualcosa di più. Ma prima o poi l’arma deve usarla davvero.
Nel 1921, la Banca di Tortona cambia sede. Probabilmente il trasloco va per le lunghe, fatto sta che per alcuni giorni, per quanto questo possa sembrare incredibile, la cassaforte non è disponibile, ed è il cassiere, tal Casalegno, a prendersi la responsabilità di custodire i soldi in casa propria. Per sua disgrazia, la banda Pollastro lo viene a sapere e una sera, mentre il povero impiegato torna a casa con il contante, lo aggredisce per rapinarlo. Casalegno oppone resistenza e la pistola di Pollastro lo fulmina.
Se esiste una chiave di volta nella storia criminale di Sante Pollastro, quella è proprio l’omicidio Casalegno. Lo dichiarerà lo stesso bandito dopo la cattura: dopo il primo assassinio, compierne altri divenne automatico.
Quell’anno e il successivo, il bandito di Novi con i suoi uomini si rese protagonista di svariate rapine che gettarono definitivamente una fama sinistra sul suo nome. Non c’era modo per la Pubblica Sicurezza di catturarlo: Pollastro era un mago della fuga, e d’altra parte non si faceva il minimo scrupolo a freddare chiunque, in divisa o in borghese, gli chiedesse i documenti. Questo avvenne in un conflitto a fuoco in una osteria di Bolzaneto alla fine del 1922. Un episodio a suo modo passato alla storia, poiché perse la vita, oltre ad uno sfortunato maresciallo dei carabinieri, il poeta anarchico Renzo Novatore, complice del bandito. Pollastro, effettivamente, condivideva le idee anarchiche che stavano prendendo piede nella caotica Italia di quegli anni.
Nella prima metà degli anni Venti, mentre le pagine di cronaca nera ospitavano sempre più di frequente i resoconti delle azioni dell'imprendibile banda Pollastro (non più un semplice manipolo di piccoli delinquenti, ma una vera e propria organizzazione, che arriverà a contare più di cento affiliati), quelle sportive appassionavano il pubblico raccontando di come Costante Girardengo, ormai diventato a tutti gli effetti «il Campionissimo», inanellasse vittorie in serie, soprattutto nelle corse in linea, la sua vera specialità. Cinque Milano-Torino, altre cinque Milano-Sanremo e poi tre Giri di Lombardia, un altro Giro d’Italia (1923) e i Campionati Italiani. Fu il momento di massimo splendore, per l’ex Omino di Novi, passato nel frattempo alla squadra Wolsit. Un dominio assoluto e incontrastato nei confronti degli altri corridori, oltretutto da parte di un atleta alla soglia dei trent'anni, che era stato privato da avvenimenti molto più grandi di lui della possibilità di esprimere il proprio ciclismo eccezionale nell’età della miglior forma fisica.
Il riscatto, per Gira, fu pieno e soddisfacente. All’orizzonte, intanto, si faceva strada la sagoma di Alfredo Binda, un giovane molto promettente che avrebbe duellato con il Campionissimo per alcune stagioni, prima di raccoglierne il testimone secondo i dettami dell’anagrafe.
Per il bandito più temuto d’Italia, intanto, l’aria si faceva sempre più pesante. Fedine penali chilometriche, le forze dell’ordine alle costole. Lui e i suoi complici si rendevano conto che quella condizione di eterni fuggitivi non poteva durare per sempre. Chissà, forse in quei momenti a Sante Pollastro veniva in mente il suo idolo compaesano chino sul manubrio, con il Passo del Turchino davanti agli occhi e il coriaceo Belloni dietro le spalle. E dire che il latitante novese, nonostante tutto, continuava a suscitare nella gente della sua terra sentimenti contrastanti: paura mista ad una certa ammirazione per i suoi modi paradossalmente signorili, da bandito gentiluomo. Per intenderci, una specie di Vallanzasca ante litteram. Ma non la pensava certo così l’Autorità Costituita. Scappare era una necessità. La decisione, alla fine, fu per una fuga in Francia. È probabile che il bandito tenesse contatti con alcuni anarchici esiliati oltralpe dal regime fascista. Forte di questa copertura, quindi, avrebbe organizzato con calma il ripiegamento.
(2 - continua)

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