Il Colosseo, una delle porte dell’inferno

Il Colosseo, una delle porte dell’inferno

Dopo Villa Stuart e Villa Manzoni, la terza puntata del tour nei «luoghi maledetti» di Roma ci porta al monumento più famoso dell’antichità: il Colosseo. Meta di milioni di turisti, da qualche anno nel lotto delle sette moderne meraviglie del pianeta. Tanto da far dire a una turista americana: «Ma che bella idea hanno avuto i romani di costruirlo proprio di fronte alla stazione della metro!». L’anfiteatro Flavio, però, cela sotto i suoi archi un che di sinistro.
Il Colosseo era ritenuto nel Medioevo una delle sette porte dell’inferno. Si pensava che le anime dei gladiatori trucidati sull’arena vagassero di notte fra gli archi e i sotterranei, incapaci di trovare il riposo eterno. Una leggenda? Sì, ma con solide fondamenta. Due erano le porte per l’arena: una, la «Triumphalis», all’estremo nord-ovest, da cui entravano in scena gladiatori e animali. La seconda, a sud-est, la famosa «Libitinensis», era invece consacrata alla dea Libitina che presiedeva al passaggio all’aldilà. Oltre questa c’era lo «Spoliarium», dove venivano trascinati a braccia i gladiatori morti o moribondi, per essere spogliati di vesti e armature. A provvedere erano tre schiavi in costume da Caronte, il mitico barcaiolo degli Inferi. L’atmosfera era insomma piuttosto lugubre. Il sangue dei gladiatori era richiestissimo. Veniva usato contro il malocchio, ma anche direttamente sul posto per propiziare i riti di magia evocativa. Anche allora si pensava che la vittima di morte violenta continuasse a vagare dove aveva vissuto gli ultimi istanti.
Nel Medioevo l’Anfiteatro divenne covo di terribili bande di briganti. Non si salvava nessuno. Viandanti, monaci, pellegrini. Specie durante l’esilio dei Papi ad Avignone (1309-1423) nessuno a Roma faceva rispettare la legge. Sotto la sabbia dell’arena, a una certa profondità, i briganti seppellivano i resti delle vittime. Si dice che alcuni finissero sotto terra ancora mezzi vivi. Facile immaginare le dicerie su ombre e spettri.
Nel ’500, invece, il Colosseo diventò ritrovo di donne che esercitavano il mestiere più antico del mondo, ma anche di potentissime streghe e negromanti. Nell’erba crescevano numerose erbe magiche, i cui semi, si diceva, venivano dal lontano e misterioso Oriente. Secondo la leggenda a quel tempo il Colosseo sarebbe divenuto una sorta di tempio di Belzebù, con tanto di stregoni che agli adepti rivolgevano la domanda: «Colis eum?». Cioè «adori lui?» riferito al diavolo: di qui la parola Coliseum. Lo stesso Benvenuto Cellini (1500-1571) fece rivolgere da un monaco siciliano una lunga invocazione agli spiriti demoniaci che albergavano nell’anfiteatro perché gli restituissero l’amata, la bella Angelica, appena defunta. Il monaco fece la sua parte. Anche troppo, pare. Fra il terrore degli astanti riuscì addirittura a far apparire «...parecchie legioni di spiriti maligni di modo che il Culiseo ne era tutto pieno...», come si legge nell’auto-biografia del grande artista: «Durò questa cosa più d’una ora e mezzo». Migliaia di morti si sarebbero risvegliati dalla tomba, a detta del Cellini. Era il 1532. Ancora oggi le orecchie più sensibili giurano di sentire le invocazioni lamentose e lo sferragliare delle armature. Vero o falso? Mai dire mai.
Ai giorni nostri il Colosseo è crollato nella polvere in molti film «catastrofisti». L’ultimo The core del 2007. Quasi a evocare la profezia: «Quando crollerà il Colosseo, crollerà Roma. Quando crollerà Roma, crollerà il mondo».

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