In un giorno d'estate del 1976, a Montreal, una ragazzina romena armata di talento e determinazione sconfisse un computer. Erano le Olimpiadi, ginnastica, parallele asimmetriche. Alla fine della prova, il display non fu in grado di comporre la cifra del voto: Nadia Comaneci, questo il nome della sorprendente quattordicenne venuta dal più cupo dei regimi dell'Est comunista, aveva raccolto (e offerto al mondo) il record dei record: "Il 10 perfetto". Il computer segnalò "1.0", perché quella doppia cifra tonda non era prevista, e la logica degli uomini e di quella macchina poteva rifugiarsi al massimo, in un ipotetico "9.97". Da questo trionfo atletico e aritmetico nasce una leggenda che oggi dalla regista Cecilia Vecchio, dall'interprete e produttrice Claudia Bianchi e dall'autore espressamente coinvolto Federico Riccardo prende per la prima volta forma scenica oggi e domani all'Alta Luce Teatro col titolo Il 10 perfetto. Storia di una donna di sport ma anche di una relazione col potere assoluto, quello della dittatura di Nicoale Ceausescu, col potere maschile, con la sete di fuga e di libertà. "In Nadia Comaneci vivono mille storie - spiega Federico Riccardo ce ne siamo resi conto dalla ricerca d'archivio e dalla lettura della sua autobiografia. Essendo io del 1991, non ho vissuto quell'epoca, e penso che a questo serva una storia del genere: avvicinare i giovani che non sanno nulla di quei regimi dal potere assoluto e di questa straordinaria atleta il cui allenatore Béla Károlyi notò un giorno mentre saltellava nel cortile di casa all'età di sei anni. Il destino trasformò quest'uomo in un secondo padre, anche autoritario ma ricordato con affetto dalla stessa Comaneci. Per tutta la vita il regime aveva usato Nadia, perché in lei doveva incarnarsi la propria grandezza". Al centro della scena, nel ruolo di Nadia, c'è Claudia Bianchi: "La storia spiega l'attrice comincia nel momento in cui Nadia è riuscita a sconfinare in Austria, giusto un mese prima del crollo del regime di Ceausescu, a fine 1989. Siamo in un non-luogo, un televisore in un angolo rimanda immagini storiche. Mi sono sentita in qualche modo destinata al ruolo: da giovanissima ho fatto ginnastica artistica, Comaneci era un idolo nella mia famiglia e un'icona per tutti gli sportivi negli anni '80. Il punto di partenza del progetto era quello di valorizzare le qualità dello sport attraverso un simbolo di determinazione, ci si è poi allargati alla storia personale di questa donna che fu usata dal potere e, curiosamente, negò il suo rapporto sentimentale, non si sa se voluto o imposto, con il figlio di Ceausescu, Nicu. A un certo punto do anche la voce al suo allenatore, che non solo guidò Nadia ai trionfi, ma anche alla libertà, visto che era fuggito dalla Romania prima di Nadia, dando a lei l'esempio. La sua fuga fu rocambolesca, a piedi attraverso il confine: fuori dalla casa di Nadia c'erano sempre due agenti della Securitate, la famigerata polizia segreta del regime, che ne controllavano ogni spostamento.
Per i giovani questa è una storia dalle molteplici letture, tanto che vorremmo portarla anche nelle scuole, per poter dire ai ragazzi che ciò che conta è la determinazione a inseguire i propri sogni. Non si deve ottenere per forza il 10 perfetto nella vita, non conta la perfezione ma la nostra unicità".