"Noi comici possiamo essere ottimisti o pessimisti, incavolarci per vari motivi, ma abbiamo il palco a salvarci: per noi salire sul palco è catartico. Sfogandomi sul palco io evito un sacco di litigate nella vita di tutti i giorni". Giorgio Montanini è diretto e genuino. Stand up comedy e satira, un microfono, buone luci sul palcoscenico e non serve altro: una cornice che a Montanini atteso al Teatro Martinitt oggi e domani con il suo monologo "Fall Reloaded" piace a tal punto che dalla tv è più o meno scomparso. Ma, spiega lui con una battuta, "non è che a me non piaccia la tv, sono io che non piaccio a lei".
Per quale motivo?
"In tv devi essere abbastanza pettinato. La mia comicità non va bene. A dirla tutta sono stato cacciato più o meno da tutte le trasmissioni. Anche in teatro però: se chi non ci va capisse la satira, alcune polemiche non nascerebbero: i politici dovrebbero capire che il comico ricorre alle iperboli. Se non capisci la comicità satirica, da politico, è come se non sapessi guidare un'auto e vai in autostrada".
Ci spiega il titolo del suo show?
"È la versione aggiornata di "Fall", dunque "Fall Reloaded". La cronaca e la mia vita privata si arricchiscono di spunti, e io li metto nello spettacolo. Checché se ne dica oggi, i 50 anni, e io ci sono vicino, sono quelli in cui inizia l'autunno della vita di un uomo. Nella mia vita privata: ho avuto seri problemi di salute e di dipendenze, sono stato in coma 45 giorni per una polmonite. Insomma, sono caduto e ora mi sono rialzato".
Di cosa parla in Fall Reloaded?
"Del crollo delle ideologie, della storia che doveva finire e che non è finita, del casino internazionale che c'è. Tutti motivi per essere pessimisti, e io un po' di natura lo sono: penso che per duemila anni gli uomini sono andati sempre avanti, tra errori e tragedie, ma insomma progredendo. Oggi ho la sensazione che si sia in una perfetta involuzione sociale e culturale. Vedo religione esibita ma assenza di spiritualità, libertà d'espressione ma repressione delle parole col politicamente corretto, piattaforme nozionistiche e agonia culturale. Però la fortuna del comico è questa: prendi le cose che ti fanno incazzare e scopri che sono le stesse su cui puoi far ridere la gente. Noi comici non possiamo fare molto di più".
Un collega e amico, con cui ha lavorato, è Maccio Capatonda e lui ora è una star nel cast di GialappaShow: un programma di questo tipo non la tenterebbe?
"Premetto che il GialappaShow è divertentissimo, lo guardo. Ma non è quello che faccio io".
La sua cittadina, Fermo, è un gioiello antico incastonato tra il mare Adriatico e le colline di un Centro Italia bellissimo: che rapporto ha con una metropoli come
Milano?"Milano è nella mia top five delle città che adoro: con Roma, Firenze, Torino e Bologna. Il pubblico milanese con me è incredibile: ogni volta che vengo riempie la sala. È un pubblico cresciuto con la comicità".