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Il commento Libero grattacielo in libero cielo lombardo, ma...

La polemica del grattacielo si aggiunge alle tante che percuotono questa calda estate del centrodestra.
Tutto nasce da una battuta del ministro Tremonti giocata sui grattacieli della Regione Lombardia, da cui il governatore dovrebbe «scendere» per discutere col governo, invece di lamentarsi per i tagli, con questo insinuando neppure troppo lievemente roba tipo: si lamentano di essere senza soldi e poi costruiscono grattacieli. Pronta la risposta di Formigoni: «Scenderemo dai nostri grattacieli simbolo di efficienza e di virtù e andremo in quei palazzi romani che il nostro popolo identifica con gli sprechi e il centralismo». Lettura in controluce: i grattacieli ce li siamo pagati noi e i nostri soldi li spendiamo come ci pare.
Quella di Tremonti è stata una battuta per lo meno infelice e che certo non trabocca di spirito federalista. Anzi, è ben imbottita di protervia romana. È cannato anche il destinatario: non se l’è presa con una Regione sprecona, che riceve dallo Stato italiano più di quel che da, ma con una di quelle più virtuose, che da sola si lascia mungere dalla Repubblica più di una buona metà di tutte le altre messe assieme. E la Repubblica - si sa - non toglie ai ricchi per dare ai poveri ma per mantenere gli sprechi propri e quelli dei furbi.
Il principio che sta alla base del federalismo, che proprio in questi giorni sembra fare un altro piccolo passo legislativo, vuole che ogni comunità gestisca le proprie risorse, fatti salvi gli oneri di solidarietà e non come succede oggi alle Regioni padane che ricevono indietro solo una piccola parte del loro forzato altruismo.
Chiunque voglia costruirsi grattacieli, monumenti, acquapark o qualsiasi corbelleria più o meno utile dovrebbe essere liberissimo di farlo purché lo faccia con le proprie risorse. E il governo centrale non ci dovrebbe mettere il becco se non per censurare le Regioni che eventualmente sprechino i soldi ricevuti sotto la voce «solidarietà».
Ha pertanto tutte le buone ragioni Formigoni a reagire. Dovrebbe anche farlo con voce più stentorea, ricordando che se la Lombardia potesse disporre dei suoi soldi, ne potrebbe fare cento di grattacieli, ospedali, pedemontane, alte velocità, oltre a tutta una serie di opere necessarie, utili e anche di puro sfizio collettivo.
Dove Formigoni mostra qualche debolezza è nella sostanza dell’investimento criticato.
Ovunque nel mondo l’autonomismo si manifesta con uno stretto rapporto con il proprio territorio, sia in senso ambientalista di difesa delle sue qualità fisiche, che in quello identitario di gestione del paesaggio e dell’architettura, intesi come immagini di espressione della cultura locale. Così i serbi del Kosovo difendono i loro monasteri, i corsi non amano i villaggi turistici foresti, bretoni e tirolesi mettono la propria specificità anche nella promozione del linguaggio architettonico tradizionale e nel suo adattamento alle esigenze moderne. Altri hanno cercato di costruire un repertorio di segni architettonici e urbanistici innovativo e significativo, che diventa esso stesso portatore di identità.
Piacerebbe che anche l’autonomismo lombardo e padano facesse lo stesso, innanzitutto difendendo il proprio territorio dalla devastazione, e poi salvaguardando la propria cultura dall’omologazione italianista e mondialista. L’ente pubblico dovrebbe dare il buon esempio. Invece il nuovo grattacielo della Regione è un orpello stravagante, lontano da ogni stilema locale (anche tirato per i piedi, come per la «sforzeggiante» Torre Velasca), piazzato in un’area intasata e urbanisticamente improbabile, che porterà ulteriori problemi alla città di Milano senza darle altri vantaggi che il piacere di ospitare i due grattacieli più alti d’Italia.

Anche questo può essere letto come motivo di orgoglio, ma piacerebbe che se ne trovassero di più consoni al sano lombardo buon senso, di più connessi a una ricca tradizione che non ha bisogno di rincorrere modernità raffazzonate, senza scimmiottare Dubai o Abu Dhabi. Senza grattare niente, neanche il cielo.

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