Il commento/Quei bavagli che non fanno rumore

Succede che Giorgio Mulè, direttore di Panorama, scriva nel suo ultimo editoriale: «Prendo atto che quella di Telecom ha il sapore di un’azione punitiva e vagamente intimidatoria nei confronti della Mondadori e Panorama». Il prudente direttore si riferisce al fatto che un pezzo non gradito sul numero uno di Telecom, evidentemente, abbia cagionato l’annullamento dei contratti pubblicitari. Se ne rammarica, comprensibilmente, e scrive: «Prendo atto che l’ad dell’azienda - proprietaria tra l’altro, della rete televisiva La7, che della libertà e della pluralità della stampa fa a parole una bandiera - non gradisce che si parli di lui se non in toni celebrativi». Ovviamente ogni impresa è libera, liberissima di investire i propri quattrini nel modo che ritiene più utile. Ci mancherebbe altro. Pur vivendo in un grande manuale Cencelli della pubblicità, in cui i centri Media «spartiscono» le risorse dei grandi investitori in funzione di criteri apparentemente oggettivi, le aziende saranno pur libere di fare come meglio le aggrada. Panorama è una corazzata. E gli affari che la riguardano se li saprà sbrigare perfettamente da sola.
Resta un po’ di amaro in bocca. Il tema della libertà di stampa è un mantra del politicamente corretto. Quando il premier Berlusconi si fa sfuggire, e sbaglia, battute sul taglio della pubblicità nei confronti dei giornali critici, succede un finimondo. Poi quando una grande azienda ritira la pubblicità da un giornale controllato dalla Fininvest, nessuno si scalda. Se il settimanale Chi cancella la rubrica di Giulia Bongiorno, scelta anche questa netta ma perfettamente legittima, si grida subito al bavaglio. Che si vorrebbe mettere alla parlamentare finiana e alla soubrette Hunziker. Due signore che hanno certamente qualche strumento per farsi sentire comunque dall’opinione pubblica. C’è poco da fare: Mulè e Panorama debbono proprio essere figli di un dio minore.

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