Condannato a trent'anni il fratello della ricca vedova. Lui: «Sono innocente»

Pasquale Procacci è stato ritenuto colpevole di avere assassinato con premeditazione e ferocia la sorella Maria Teresa per impadronirsi dell'eredità. Un processo con luci e ombre.

Grigio in volto, la barba non fatta, la faccia rassegnata. Mancano pochi minuti alle 17 quando Pasquale Procacci appare al settimo piano del tribunale milanese per assistere alla lettura del verdetto. Insieme ai suoi difensori va a chiudersi nella stanza del giudice Zelante. Quando, poco dopo, la porta si riapre, Procacci è ancora più curvo, più segnato. Trent'anni di carcere. Questa è la pena che gli viene inflitta per avere assassinato sua sorella Maria Teresa, trovata morta il 28 aprile dello scorso anno a bordo di una Hyundai parcheggiata in viale Sarca. Procacci si è sempre, ostinatamente proclamato innocente. I suoi legali erano convinti di avere raccolto, attraverso le indagini difensive, la prova che non poteva essere stato lui a compiere il delitto. Ma il giudice non ha avuto dubbi. Quel guanto di lattice trovato nell'abitacolo della vettura, segnato dagli schizzi di sangue della donna e da un'impronta digitale del fratello, è la prova che secondo il giudice inchioda l'assassino.
Al centro del «giallo», una eredità di dieci milioni di euro lasciata dal padre dei due Procacci: contanti, titoli, e soprattutto appartamenti. Secondo le indagini della Squadra Mobile, tra i due maturi fratelli era sorto un contenzioso piuttosto aspro sulla gestione del patrimonio, al punto che Maria Teresa aveva minacciato di diseredare il figlio di Pasquale, e alcuni giorni prima del delitto i due si erano recati da un notaio per discutere la divisione dei beni.
L'elemento decisivo che aveva incastrato Procacci era stato un guanto di lattice trovato nella vettura. Ma l'uomo ha sempre sostenuto che quel guanto era lì da tempo, e che le altre impronte trovare sulla Hyundai erano assolutamente normali visto che era frequente che lui guidasse l'auto della sorella. Inoltre sosteneva di avere un alibi. La donna era stata uccisa nel cuore della notte. Ma l'assassino aveva parcheggiato la vettura in viale Sarca solo dopo le 15,30 di pomeriggio. E Pasquale Procacci non poteva avere vagato tutta la mattina con il cadavere, perchè in quelle stesse ore era in commissariato a denunciare la scomparsa della sorella.
Le indagini difensiva avevano anche adombrato una pista alternativa, puntando il dito contro alcuni personaggi poco raccomandabili che negli ultimi tempi circondavano la vedova. Ma nè la Procura nè il giudice hanno dato credito a queste ipotesi. E per Pasquale Procacci è arrivata una condanna che, alla sua età, somiglia molto all'ergastolo.
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