La contraddizione Il dribbling di Diego tra Dio e Fidel

Un movimento rapido. Convulso, ma ribadito. Tre quattro cinque volte consecutive. La mano destra scende veloce dalla fronte al petto e scarta appena verso destra poi a sinistra e termina il suo dribbling sulle labbra. Un dribbling di mano. Un gesto compulsivo.
L’abbiamo visto tutti il tic di Diego Armando Maradona. Un segno della croce propiziatorio. Per sottolineare i momenti topici della sua Argentina, l’inizio della partita, un gol di Higuain, il triplice fischio finale dell’arbitro che sancisce la vittoria dei biancocelesti. Più che una prece, un sortilegio. Uno scongiuro. Un atto scaramantico, che sa di superstizione. Lo sciamano Diego Armando lo ripete nella sua recita in panchina. Lui è il Pibe de Oro, il più grande di tutti (con il pallone). Lui è l’icona, lui è il mito. Che ricompone tutte le contraddizioni. La religiosità e la cocaina. Il familismo e la vita dissoluta. Il personaggio vince sul messaggio. E dunque, lui può. Può eseguire quel dribbling di mano a forma di crocifisso. E può nello stesso tempo adorare Fidel Castro. Parlarne come di un dio terreno come un Gianni Minà qualsiasi. Tributandogli adesione incondizionata, soprattutto dopo la disintossicazione in terra cubana. «Questo è l’abbraccio più grande della mia vita», disse commosso rivedendo le immagini di un suo incontro con il Líder Maximo. Il segno della croce e il dittatore cubano. Un tributo a Dio alla ricerca di aiuto per le sue imprese da coach mondiale. E un voto pubblico per il più longevo governatore comunista capace di violente repressioni dei diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa.
Nessuno può sapere che cosa ci sia dentro le coscienze delle persone, tanto più se si tratta di uomini dalla storia complicata e dal temperamento inquieto. Non si può entrare nella testa e nella psiche degli altri per districare i ragionamenti e le giustificazioni che impastano parole e comportamenti inconciliabili. Nella dottrina cristiana la preghiera è per la salvezza dei peccatori. Il segno della croce può abbracciare persino la debolezza per gli stupefacenti (se c’è il pentimento).
Ma qui si ha l’impressione di assistere a qualcosa di molto diverso. Anche perché sempre più spesso sembra che il calcio sia un mondo a parte. Segnarsi al momento dell’ingresso in campo è diventata un’abitudine oltre che una moda. Il giocatore tocca il terreno di gioco e si porta la mano alla fronte. Una sorta di mantra personale, intimo. Una confidenza segreta che però ora è esibita. Durante gli eventi sportivi dominati da telecamere che riprendono ogni attimo e scandagliano ogni filo d’erba, qualsiasi gesto diventa un messaggio. I calciatori lo sanno. Sotto la divisa indossano magliette da scoprire per svelare amori e appartenenze anche religiose, qualche volta persino credibili (vedi Kakà, per esemplificare). Oppure studiano un gesto per firmare in mondovisione un gol appena realizzato.
Il grande comunicatore Maradona ha studiato tutto. Gli occhi al cielo. I balzi felini nell’abito grigio con cravatta tinta perla per chiosare la vittoria. Oppure le due croci ciondolanti sopra la tuta. Addirittura il rosario stretto tra le mani. Il pizzo vagamente misticheggiante. Il doppio orecchino. Il tatuaggio del Che. Insomma, una grammatica studiatissima. Ma con qualcosa che gioca troppo in trasferta - o Dio o Fidel - perché quel dribbling di mano non sia anche un dribbling alla logica e al buon senso.

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