Contro l’Iran la Casa Bianca ha bisogno di Israele

Per dire qualcosa di positivo sull'incontro imposto all'Onu da Obama al premier israeliano Netanyahu e al presidente palestinese Mahmud Abbas si può affermare che è un successo che esso abbia avuto luogo e che le due parti si ritroveranno la settimana prossima a Washington per «cessare di parlare su come parlarsi». Gli israeliani sono soddisfatti perché Obama ha chiesto loro di «frenare» invece che «congelare» le costruzioni negli insediamenti. I palestinesi delusi al punto che giurano che a Washington parleranno con gli americani ma non con gli israeliani se questi non si impegneranno a bloccare le costruzioni. Le quali nel frattempo continueranno, perché Obama si è reso conto che si tratta della condizione per avere come interlocutore un Netanyahu duro ma realista a capo di una coalizione chiacchierona e ideologicamente contraddittoria, ma insostituibile da una sinistra vocifera e inconsistente.
Washington ha bisogno di Netanyahu perché il problema mediorientale di Obama non sono i palestinesi ma l'Iran. A Pittsburgh il 1° ottobre i 5+1 saranno chiamati a decidere sulle sanzioni da imporre all'Iran se questi non arresta la produzione di materiale nucleare. In caso di accordo, si continuerà a trattare con Teheran anche se questa continuerà la sua marcia verso l'arma atomica contro cui un intervento militare israeliano diventa improbabile. Ma se la Russia si opporrà a nuove sanzioni, che Germania e Francia esitano a sostenere, il ruolo di «bastone» per il quale Israele si sta intensamente preparando (è in corso la più grande manovra congiunta israelo-americana) acquisterà rilevanza anche se condizionato dalla volontà politica, dalla strategia e dalla diplomazia di Washington. Anzitutto perché il potenziale offensivo e difensivo israeliano non è in grado di agire contro l'Iran senza l'appoggio aperto o tacito di Washington. I siti nucleari da colpire, in gran parte sotterranei, sono oltre 150 e includono le infrastrutture delle Milizie rivoluzionarie che rappresentano il pilastro su cui poggia l'attuale regime. Il consenso americano di transito nei cieli dell'Irak è un elemento indispensabile al successo di una operazione estremamente complessa come lo è la cooperazione di Washington alla difesa missilistica di Israele.
Per cui la domanda che tanto la destra quanto la sinistra all'opposizione si pone a Gerusalemme è in questo momento la seguente: Netanyahu è pronto a barattare il congelamento delle costruzioni negli insediamenti, la cessione di territori dello Stato ai palestinesi per giungere a frontiere con lo Stato palestinese (inclusive della maggioranza dei coloni) e un compromesso su Gerusalemme contro il sostegno americano ad un’azione contro l'Iran? Forse il premier israeliano farà trasparire qualcosa delle sue intenzioni nel discorso (annunciato drammatico da fonti a lui vicine) che terrà oggi all'Assemblea generale dell'Onu.
Curiosamente il ministro della Difesa Barak afferma che l'Iran «non rappresenta un pericolo esistenziale per Israele». Perché allora si parla tanto su questo pericolo? Per necessità pubblicitarie - dicono i cinici. Per preparare gli animi - e le difese politiche e militari - a una coesistenza di Israele e dei Paesi arabi con la bomba iraniana che non sarebbe più minacciosa di quella pakistana se non fosse nelle mani di un regime folle. È dunque più importante (e più realistico dopo i brogli nelle recenti elezioni) cercare di abbatterlo piuttosto che tentare di distruggere il suo potenziale atomico.

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