Corea sull’orlo del baratro: Seul accusa il Nord che minaccia «guerra totale»

Al trentottesimo parallelo, il confine della tregua senza pace che separa le due Coree dal lontano 1953, la tensione sale e scende da decenni come la temperatura in un malato di malaria. Ma in queste ore si stanno superando i livelli di guardia: i gerarchi rossi del Nord minacciano il Sud di «guerra totale» dopo che Seul, conclusa con l’aiuto americano e di altri Paesi occidentali l’inchiesta sull’affondamento di una sua nave militare, si è rivolta alla comunità internazionale chiedendo giustizia. La Casa Bianca ha fatto sapere che «ci saranno conseguenze».
La corvetta «Cheonan» è inequivocabilmente finita in fondo al Mar Giallo lo scorso 26 marzo con 46 suoi marinai a causa di un siluro nordcoreano, rivela il rapporto compilato da inquirenti americani, australiani, britannici e svedesi, e le stesse Nazioni Unite (il cui segretario generale Ban Ki-moon è proprio un sudcoreano) definiscono le conclusioni dell’inchiesta «profondamente inquietanti». Vi si descrive, nel teatro dell’affondamento nella zona di confine marittimo tra le due Coree, uno scenario di guerra, con diversi sottomarini di varie nazionalità presenti in quelle acque: tutte le prove, però, si concentrano contro un’unità nordcoreana.
Ma a Pyongyang si insiste nel parlare, contro ogni evidenza, di «prove false» e si preferisce passare direttamente, dopo aver definito il presidente sudcoreano Lee Myung-bak «un traditore», alle più sbrigative minacce: «Il nostro esercito e il nostro popolo - scrive nel suo tipico stile l’agenzia ufficiale nordcoreana Kcna - reagiranno con prontezza a qualunque sanzione colpisca gli interessi della nostra nazione, inclusa una guerra totale».
Solo la Cina ha fin qui evitato di allinearsi alla corale condanna internazionale di quello che il sottosegretario britannico agli Esteri David Liddington, commentando l’esito dell’inchiesta, ha definito «un gesto atroce, crudele e ingiustificato». Pechino, unico alleato rimasto nella regione alla Corea del Nord, sta percorrendo ogni strada possibile per evitare il collasso del regime comunista di Pyongyang, temendo che la sua conseguenza sarebbe il riversarsi di milioni di profughi entro i suoi confini. E così, mentre Washington, Tokio, l’Unione Europea e la stessa Nato parlano di inaccettabile atto di aggressione e di chiara violazione del diritto internazionale, i cinesi ripetono come un mantra l’insostenibile formula diplomatica dello «sfortunato incidente» e insistono sull’importanza di mantenere la stabilità nella penisola coreana, invitando il Sud «alla calma e alla moderazione» e annunciando di aver dato il via allo svolgimento di «propri accertamenti» sull’accaduto.
Peccato che a Seul abbiano un’idea molto diversa di come la difficile coesistenza col Nord totalitario e minaccioso possa continuare. «Dobbiamo far sì che il Nord ammetta i suoi torti e torni a comportarsi come un membro responsabile della comunità internazionale», ha detto il presidente sudcoreano Lee annunciando per oggi a Seul una riunione straordinaria del consiglio di sicurezza nazionale.
Intanto i partner internazionali della Corea del Sud si impegnano a continuare il sostegno al Paese aggredito, mentre è allo studio un’adeguata risposta multilaterale agli aggressori. E la storia infinita della guerra imminente sul trentottesimo parallelo continua, in attesa di nuovi inquietanti sviluppi. Che non mancheranno, perché l’unica “merce” che il Nord alla bancarotta può esportare è la paura.

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