Così Giacomelli coglie il «carpe diem» fotografico

A quasi dieci anni dall’ultima mostra romana dedicata al «maestro di Senigallia», 99 fotografie di Mario Giacomelli, mai esposte prima, tornano a essere protagoniste nella personale allestita nello spazio Cinecittàdue Arte Contemporanea, fino al 25 luglio. Gli scatti arrivano dalla raccolta privata di un misterioso collezionista milanese, appassionato di fotografia. Grazie al prestito, la mostra presenta tutte le serie più famose del fotografo: da La buona terra a Caroline Branson alle celebri immagini dei preti che danzano privi di gravità nel ciclo «Io non ho mani che mi accarezzino il volto».
Questa dedicata a Giacomelli ha la particolarità di presentare al pubblico le opere di uno dei maestri della fotografia nei loro tagli originali: dai minuscoli paesaggi di Scanno, che hanno il sapore di vecchie foto tirate fuori dai cassetti dei nonni, alle stampe più grandi e ariose. Tutto immerso nel bianco e nero grottescamente contrastato tipico di Mario Giacomelli che, attraverso inquadrature ampie e la grana dell'emulsione in evidenza, ha fatto delle sue immagini delle vere e proprie proiezioni interiori. Giacomelli diceva di sé: «Non fotografo ciò che vede il mio occhio, ma la mia anima». Un esempio? Le immagini di Scanno, paese che esercitò il suo fascino anche su Cartier Bresson, e quelle scattate nel Seminario Vescovile di Senigallia della serie «Io non ho mani che mi accarezzino il viso»: da una parte c’è il mosso dovuto ai tempi lunghi d’esposizione che conferisce ai luoghi un’atmosfera magica; dall’altro il bianco e nero estremo della stampa nella quale non trovano spazio né grigi intermedi né ombre. Poi, ci sono i volti dei vecchi fotografati per la serie «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». «Ogni viso - spiega lo scrittore Marco Lodoli nel testo realizzato per questa mostra - contiene una storia, ed è sempre una storia che assomiglia al racconto di una guerra, rughe che sembrano crepe nelle case bombardate, sguardi che trattengono il ricordo di una notte lunga e spaventosa».

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