Così «Gianpi» poche ore prima: «Non mi arresteranno D’Alema? Sì, l’ho incontrato»

Roma«Se ho paura che mi arrestano? Ma che scherza? No, stia tranquillo che non mi arrestano». Risata di Gianpi. Studio romano dell’avvocato Nico D’Ascola, difensore di Giappaolo Tarantini. Ore 16. L’imprenditore barese siede intorno al tavolo, l’avvocato entra ed esce dalla stanza, il suo cellulare bolle. Tarantini è tranquillo. Perfino sorridente e fiducioso per quel che, dice, gli riserverà il futuro prossimo venturo. L’imprenditore si prende solo qualche giorno rispetto alla richiesta d’intervista proposta dal Giornale. «Ora ci penso, risentiamoci fra qualche giorno. Sono assediato dai suoi colleghi. Non mi va di creare altre polemiche, il momento è cruciale per l’inchiesta». Detto, fatto. L’interessato ieri è finito in carcere mentre scendeva dall’aereo. Quello che segue è il sunto delle «sensazioni» esternateci da un Tarantini che appariva sì stanco ma nient’affatto preoccupato perché «fiducioso nella giustizia».
Davvero non ha paura di finire arrestato?
«E perché mi dovrebbero arrestare? Ho collaborato con i magistrati, ho raccontato tutto, ho fatto i nomi di chi c’era e chi non c’era, ho parlato della cocaina, delle feste, della Sardegna. Ho parlato di spacciatori, ho fatto i nomi, i nomi, tanti nomi. Quello che facevo per gli appalti. No, non mi arrestano... ».
Ha parlato anche di Silvio Berlusconi...
«Anche di lui, per via delle cose già note a tutti, insistendo nel dire la verità che ho già detto a voi del Giornale in quell’altra intervista: ve lo giuro, e ve lo ripeto, lui non ne sapeva niente. Sono stato un cogl... ma mica posso finire in carcere per questo. E poi che fanno mi mettono in cella con i criminali che ho denunciato?».
E se dovesse accadere?
«Ancora? Non accade. I magistrati mi sono sembrati attenti, molto attenti alle mie dichiarazioni, e poi io figuro in più inchieste. Ho iniziato una collaborazione fattiva, non ho omesso nulla, mi sono sembrati soddisfatti dell’apporto dato alle indagini».
Che cos’ha pensato rileggendo i suoi verbali sul Corriere?
«Ho pensato a come era stato possibile che fossero usciti fuori».
Non è che li avete fatti circolare voi?
«Noi? Ma che scherza. Proprio per evitare speculazioni o dietrologie non li avevamo nemmeno presi».
E di D’Alema vogliamo parlare?
«No, no... ».
Ma si sono sentite troppe versioni sulle cene, sui vostri incontri...
«Se i magistrati mi chiederanno spiegazioni sul punto non avrò problemi a fornire ogni dettaglio, come peraltro ho fatto fino ad ora».
Uno, due, tre, più di tre. Ma quanti sono gli incontri con l’allora leader Ds?
«E basta! Non è il momento di parlarne, figurarsi a un giornalista. Però gli incontri ci sono stati, non lo nego, anche uno a casa di... niente, niente, lasciamo perdere».
Una curiosità. Ma che bisogno aveva di inviare regali a Massimo D’Alema?
«Ma quali regali. Quand’ho visto quella pagina della mia agenda riprodotta su Libero m’è venuto un colpo. Non ricordavo niente di simile, così ho chiamato la mia segretaria, e anche lei non ricordava. È andata a controllare. Nell’agenda che abbiamo noi, la pagina superiore è effettivamente la stessa, ma sotto quel riferimento a "D’Alema" non c’è. Boh. Un mistero».
Del sindaco Emiliano vogliamo parlare?
«Non voglio parlare di niente in questo momento».
Nemmeno dell’ex vicepresidente del consiglio regionale, Frisullo?
«Ho già detto tutto a verbale».
E di De Santis, l’uomo-ombra di D’Alema?
«Roberto lo conosco da tantissimo tempo. Siamo, anzi meglio dire eravamo, molto amici. Ci siamo frequentati assiduamente fino a non molto tempo fa. Visto che hanno fatto le intercettazioni da lì risulta la mole di telefonate fra noi. Poi a un certo punto non l’ho più sentito. Però lo capisco, poiché non è il solo a essere improvvisamente scomparso».
Crede anche lei che nell’inchiesta di Bari più di qualcosa non torni?
«Se non facevo tutti quei casini non sarebbe successo nulla. Il resto non spetta a me dirlo».
E la D’Addario?
«Stendiamo un velo pietoso... ».

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