"Così ho tenuto le chiavi del canone editoriale"

La Signora in blu ha guidato per 25 anni i Meridiani Mondadori: "Chi vende di più? I poeti"

Elegante come solo la collana dei Meridiani lo è, raffinata nei modi e nel parlare, Renata Colorni - la Signora in blu - vive in un ricercato appartamento carico di libri («Se ho tutti i Meridiani? Direi di sì, forse me ne mancano un paio...»), tra le basiliche di Sant'Ambrogio e San Lorenzo. Su quale Meridiano è Milano?

In pensione da poco, insignita una settimana fa del Premio Giuseppe Dessì «Fondazione di Sardegna», dei suoi 80 anni (tra poco 81, auguri), oltre 50 li ha passati fra i libri, metà dei quali alla direzione della collana - prestigiosa, si usa dire - della Mondadori. «I Meridiani valgono più di un libro», è il motto. Ma meno delle persone che li fanno.

Renata Colorni, responsabile della collana dal 1995, ne ha fatti tanti di Meridiani, e se li ricorda tutti, dalla A di Amado («Curato da Paolo Collo, nel 2002») alla Z di Zola («Tre volumi coi Romanzi, a cura di Pierluigi Pellini, anni 2010-15»).

Ah: nessun «blu», così si chiamano i Meridiani, è mai andato fuori catalogo. Nell'editoria, è un'eccezione.

E anche Renata Colorni, a suo modo, lo è: troppo intellettuale per avere a che fare con libri soltanto da vendere. Figlia di Ursula Hirschmann, sorella dell'economista Albert O. Hirschman («È da mia mamma che ho imparato il tedesco»), e del filosofo Eugenio Colorni («Fu uno degli ideatori del Manifesto di Ventotene, ma è morto quando avevo quattro anni, ucciso nel '44 dalla banda Koch»), ha avuto come patrigno («No: scriva pure come padre...») Altiero Spinelli, mentre una sorella era l'economista Eva Colorni (sposata con Amartya Sen, Nobel per l'economia nel '98) e un'altra è la giornalista Barbara Spinelli. Famiglia impegnata, e impegnativa. «Che mi ha trasmesso infiniti stimoli e volontà di studiare».

Studi a Pavia e laurea a Milano («Nel '63, in Filosofia medievale»), insegnamento, e poi l'editoria: «Mi piaceva l'aspetto artigianale del lavoro: aver a che fare con le idee ma anche trasformarle in oggetti, cioè libri».

Primo lavoro nella casa editrice Franco Angeli.

«Era il '68, Angeli lo conobbi grazie al mio primo marito, giro dei dissidenti del Manifesto... Vista la laurea in Filosofia, mi chiese di fondare una collana accademica. Fu bellissimo. Imparai a fare la cucina editoriale. Rimasi fino al '73».

Quando la chiamò Boringhieri.

«Fui sedotta dalla proposta di curare l'edizione delle opere di Sigmund Freud. E per me si aprì la grande stagione della Letteratura, benché per paradosso mi occupassi di uno scienziato. Ma Freud, notissimo come un pensatore, è anche un grande scrittore. È affascinante il modo in cui racconta il nostro mondo interiore».

Grande letteratura, grande editoria. Nel '79 arriva ad Adelphi.

«Con Luciano Foà e Roberto Calasso. Quando arrivai pensavo di dovermi occupare di Nietzsche. Invece mi affidarono i narratori. Un'esperienza fondamentale: ho imparato che il legame tra una buona traduzione e la buona editoria è strettissimo. Si è mai chiesto perché spesso i libri che pubblica Adelphi non sono nuovi, ma titoli già usciti da anni, eppure sembra li abbiano scoperti loro?».

Tante volte...

«Perché la qualità delle traduzioni - oltre alla veste grafica Adelphi, naturalmente - li rende dei libri nuovi. È una regola ferrea: se fai delle buone traduzioni, fai una buona editoria, anche commerciale. E a un certo punto iniziai anche a fare io stessa traduzioni, non solo rivedere quelle degli altri».

Però da Adelphi se ne andò.

«Dopo 16 anni, durante i quali imparai moltissimo. Però l'impostazione verticistica mi stava un po' stretta...».

E nel '95 entrò in Mondadori.

«Mi assunse Franco Tatò, aveva lavorato alla Volkswagen ed era sensibile alla cultura tedesca. Direttore editoriale era Gian Arturo Ferrari. Mi mise ai Meridiani, che in quel momento se la vedevano con altre grandi collane, come i Classici Rizzoli, la Spiga di Garzanti, la Biblioteca della Pléiade di Einaudi... Mi disse solo: Devi sbaragliare la concorrenza».

E cosa fece per riuscirci?

«Per prima cosa chiesi di arricchire gli apparati: le introduzioni, le note e le cronologie, che sono diventate dei veri racconti biografici. Lo sa che i lettori spesso leggono la Cronologia dell'autore prima del saggio introduttivo? Molte biografie sono piccoli romanzi. Poi ho prestato grande attenzione alla produzione saggistica dei grandi narratori, raccogliendola accanto ai romanzi: quindi scritti critici, giornalistici, d'impegno civile... E ho ampliato l'offerta della Poesia. Lo sa che i Meridiani dei poeti sono i più venduti?».

No...

«Beh, si sa che il primo Meridiano, Tutte le poesie di Ungaretti, uscito nel '69 e poi completamente rifatto nel 2009 da Carlo Ossola, è il più venduto dell'intera collana: 100mila copie. E il Meridiano di Paul Celan, del 1998, nonostante la difficoltà della sua poesia, è arrivato a 12mila. Comunque ho pubblicato Amelia Rosselli, Bertolucci, Caproni, Luzi, Zanzotto, Raboni, Giudici... e Yeats, la Plath, Machado, Bonnefoy, Heaney... Sono andati tutti bene. Il Meridiano di Emily Dickinson con le traduzioni di Silvio Raffo e la biografia scritta da Marisa Bulgheroni ha venduto 40mila copie».

Perché vendono di più i poeti?

«Perché i narratori sono amati per i singoli romanzi, che trovi facilmente in tante edizioni economiche. Mentre i poeti, anche celebri, in libreria si trovano poco e in maniera frammentata: ma per capirne davvero la voce, devi leggerli nella loro interezza. Ecco perché si cerca l'opera in versi completa. Ed ecco perché sono stati tutti Meridiani fortunati».

I meno fortunati?

«Quelli di autori magari importanti ma purtroppo dimenticati. Penso a Emilio Cecchi».

Chi entra nei Meridiani, entra nel canone?

«Diciamo che molti autori lo credono, e così bussano a quella porta».

E qualcuno a cui non è stata aperta se l'è presa.

«Qualche figlia, qualche erede... I Bianciardi alla fine si fecero l'Antimeridiano con un'altra casa editrice».

Altri casi?

«Tabucchi. Io sono felicissima di aver fatto nel 2018 il Meridiano, anzi due, che ha anche venduto molto bene. Ma lui lo avrebbe voluto dieci anni prima».

Li ha scelti tutti Lei gli autori da canonizzare?

«A parte due o tre suggeriti dall'editore. Ma non le dico quali. Diciamo che li ho amati un po' di meno».

Quelli che ha amato di più?

«Tanti. Per il tipo di impresa, direi I poeti della Scuola siciliana e le opere di Don Milani. E poi Thomas Mann e Etica e letteratura di Gustaw Herling».

Quelli che avrebbe voluto fare ma non ha potuto?

«Molti, per questioni di diritti. Come Gadda. O Fenoglio, Levi, la Ortese. Avrei voluto fare anche Volponi, ma la vedova all'epoca non voleva pubblicare per Berlusconi. E adesso è troppo tardi...».

Tutti autori morti. È più difficile fare un Meridiano «in vita»?

«Dipende all'autore. Arbasino, simpaticissimo, di fatto si scrisse lui la sua cronologia. Bertolucci, che non amava la filologia, sorvegliò il lavoro da vicino. Bevilacqua? Incontentabile: fosse stato per lui dovevamo fare dieci volumi... Camilleri invece ha lasciato fare tutto a noi, felice di essere studiato come un classico e non solo applaudito come bestsellerista. E tra non molto arriverà un altro Meridiano con le storie di Montalbano, come desiderava lui».

E Scalfari? Molti hanno criticato la scelta di metterlo nei Meridiani.

«Capisco... Comunque, lui preferiva un Meridiano più letterario, io più giornalistico. Anche lui si è scritto la vita...».

A proposito di giornalisti. Montanelli, Bocca, Fallaci?

«Problemi di diritti».

Su 210 autori pubblicati, solo 16 donne.

«Così poche? Uhmmm... ne arriveranno altre. Tra poco esce Dacia Maraini, e poi Jane Austen. Guardi che comunque non è facile fare editoria».

Quanto è cambiata da quando Lei iniziò?

«Ci vorrebbe un'ora per rispondere. Diciamo che non è vero che la gente legge meno. Legge cose diverse. Guardi la classifica dei libri più venduti, oggi: cinquant'anni fa non era dominata dai libri dei giornalisti...».

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