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Così i «farmaci intelligenti» potranno sconfiggere le leucemie

Nella Inselhalle di Lindau, al sessantesimo meeting dei Nobel Laureates, Aaron Ciechanover presenta la sua lettura «Perché le nostre proteine devono morire per consentirci di vivere» e si capisce subito che il premio Nobel per la Chimica 2004, oltre a essere un grande scienziato è anche un comunicatore nato. Affascina il suo modo di presentare ricerca e risultati ma soprattutto colpisce ciò che dice circa il dovere prioritario degli scienziati di trasferire i risultati dai laboratori di ricerca, al letto del paziente. Lui ci è riuscito e lo ha fatto partendo da una ricerca sulla degradazione delle proteine che, confessa, «non sapevo proprio dove sarebbe andata a finire». È finita bene perché, grazie alla scoperta del complesso ubiquitina-proteosoma e dei farmaci studiati successivamente, oggi è possibile curare malattie tumorali del sangue come il mieloma multiplo e differenti forme di leucemia.
Quando e come ha iniziato a fare ricerca sulla degradazione delle proteine ?
«Ho iniziato alla fine degli anni Settanta, quando la maggior parte dei ricercatori lavorava alla sintesi delle proteine e lo smaltimento proteico non interessava nessuno».
Invece lei...
«È stato per me l'inizio di una grande avventura che ha portato alla scoperta dell'ubiquitina, una piccola proteina che marca con un bacio (il bacio della morte) la proteina da smaltire, segnalandola così al proteosoma, una sorta di tritatutto cellulare, che attacca la proteina e la riduce in frammenti da eliminare o riciclare».
Quali sono le proteine che l'ubiquitina bacia volentieri?
«Quelle alterate e quindi dannose, quelle che non sono più necessarie alle funzioni cellulari o quelle che si trovano in tessuti e organi dove non dovrebbero essere».
Cosa accade se il processo demolitivo si inceppa?
«I difetti nel processo della demolizione proteica possono dare origine ai tumori, alle malattie neurodegenerative, a disordini ereditari come la fibrosi cistica, a malattie infiammatorie e immunitarie».
Quali novità possiamo aspettarci da un punto di vista terapeutico? Ci sono nuovi farmaci in studio?
«Il sistema ubiquitina-proteosoma è un'importante piattaforma per sviluppare la targhet terapy, cioè l'utilizzo di farmaci intelligenti che agiscono in modo estremamente preciso su un bersaglio e che vengono costruiti in base alla conoscenza della mutazione genica che ha determinato la malattia. Per adesso abbiamo un solo farmaco, Velcade-ps341 (un inibitore del proteosoma) ma altri ne verranno; tutti in grado di agire direttamente contro la degenerazione di proteine fondamentali, alla base delle malattie degenerative».
Che vantaggi potranno derivare dalla conoscenza del proprio patrimonio genetico?
«Quando noi pensiamo al tumore al seno o a quello della prostata, lo pensiamo come a una singola malattia ma così non è perché su 100 persone colpite dal tumore e trattate tutte allo stesso modo, alcune risponderanno alla terapia, altre no. Se vogliamo trattare il paziente, sicuri che la terapia avrà l'effetto desiderato, dovremo alla fine basarci su informazioni personalissime che ci potranno venire solo dalla conoscenza della sequenza delle basi del suo genoma. A quel punto, di quella persona noi conosceremo tutto: la sua malattia e l'efficacia del trattamento ma conosceremo anche il suo futuro.

Bisogna essere dunque molto cauti e sapere chi può avere accesso a questi dati, chi deve utilizzarli e a chi riferirli. È un problema esplosivo che non può interessare unicamente il mondo scientifico perché ci sono aspetti etici, sociali e politici di grande rilevanza».

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