Crisi con l'India, una missione per il governo Riportare subito a casa i nostri due marò

I due militari italiani sono fieri di aver fatto il proprio dovere. Ora tocca al governo salvarli. Il rapporto inviato a caldo dalla nave a Roma, prima delle accuse di aver ucciso i due pescatori indiani, conferma la versione dei fatti fornita dai nostri marò: "Spari in acqua, nessuna vittima". Scopri chi sono i due marò protagonisti della vicenda: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Crisi con l'India, una missione per il governo Riportare subito a casa i nostri due marò

Avete visto le immagini dei nostri due marò in India? Sono circondati da una torma di poli­ziotti baffuti, ma Massimiliano Latorre e Sal­vatore Girone non sembrano accorgersene. Hanno lo sguardo fiero, fisso in avanti, quasi noncuranti di ciò che accade non solo perché indossano la divisa, ma perché sono consapevoli di aver fatto soltanto il proprio dovere. Come tanti altri militari italiani, pronti ogni giorno a sacrificare la loro vita in missioni lontane da casa. Eppure i nostri due fanti di marina sono stati incri­minati per omicidio in barba al diritto internaziona­le e non solo. Il motivo? Una guerra politica tutta in­terna all’India, anzi, alla provincia indiana di Kerala, che andrà presto al­le urne. Una provincia che da an­ni è una roccaforte dell’opposi­zione al governo centrale, domi­nato dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi, definita l’«italia­na ». Così il governicchio locale ha architettato senza scrupoli una campagna anti «italiani». Due pescatori morti? Evviva, hanno detto, c’è una nave che batte bandiera tricolore al largo, quindi gli italiani sono assassini e vanno arrestati.

La nave era in acque interna­zionali come dimostrano le rile­vazioni dei satelliti? Non impor­ta. Il luogo, l’ora e il tipo di pe­schereccio descritto nel rappor­to dei militari non corrispondo­no con quelli indiani? Irrilevan­te. I nostri soldati hanno diritto all’immunità funzionale degli organi dello Stato? Sì, ma gli in­diani se ne infischiano. Qui la de­mocrazia e la giustizia sono un optional e piegare un’inchiesta giudiziaria ai fini della politica sembra cosa facile. Altrimenti perché si rifiutano di eseguire l’autopsia e di rendere pubblici i risultati? E ancora. Perché non vogliono fare una perizia balisti­ca e sulle armi? Confrontando il calibro dei proiettili che hanno ucciso i pescatori con quello usa­to dai nostri militari­diventa sem­plicissimo scoprire quale sia l’ar­ma che ha sparato. Chissenefre­ga, hanno risposto le poco auto­revoli autorità indiane: l’autop­sia offende il popolo e le perizie sono affar nostro.

E se non bastasse, che dire del­la petroliera greca Olympic Flair, molto simile alla Lexie, attaccata dai pirati lo stesso giorno a sole due miglia dalla costa? Strano che nessuno abbia indagato an­che in quella direzione, eppure la guardia costiera indiana era stata informata dagli stessi greci dello scontro. Ma niente, neppu­re un trafiletto sulla stampa loca­le. La vicenda puzza. Molto. E a farne le spese potrebbero essere i nostri militari, che ri­schierebbero addirittura la pena di morte o l’ergastolo. Noi non ab­biamo dubbi: senza se e senza ma crediamo alla loro versione, surrogata oltretutto dal rapporto inviato in Italia immediatamen­te dopo lo scontro a fuoco (rap­porto che pubblichiamo nella pa­gina a fianco). Una convinzione che è rafforzata anche dalla con­dotta delle autorità indiane, le quali continuano a non fornire al­cuna prova che possa collegare la morte dei pescatori con lo scontro a fuoco dei nostri marò. Insomma, qui non vengono prese in considerazione neppu­r­e le più elementari norme del di­ritto. Ma che Paese è? E che Pae­se è il nostro? Che cosa passava per la mente della nostra diplo­mazia quando ha consegnato i due marò del Reggimento San Marco alla polizia indiana? È sta­ta solo miopia oppure un «calar le brache»?

Dove è finita l’Italia, dov’è finito il nostro governo? È ora che scenda in campo per di­fendere con fermezza i nostri sa­crosanti diritti, calpestati con spregio da chi non sa neppure do­ve la giustizia sia di casa. Un Pae­s­e che si sente tanto forte da chie­dere ai suoi soldati l’estremo sa­crificio in missioni lontane poi non li può abbandonare davanti alle prepotenze del primo bullo della periferia asiatica. Sarebbe una vergogna. Riportiamoli a ca­sa. Subito.

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