“Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma io non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei figli”. Lo ha detto Chiara Petrolini nelle dichiarazioni spontanee davanti ai giudici della Corte d’Assise di Parma, prima della requisitoria del pm. La 23enne è a processo con l’accusa di aver ucciso e seppellito i due figli neonati, il primo nato a maggio del 2023 e il secondo ad agosto del 2024, nel giardino della casa di famiglia a Vignale di Traversetolo, nel Parmense. In aula erano presenti anche i genitori dell’imputata: il padre si è commosso quando il procuratore ha mostrato la foto di uno due bambini, Angelo Federico, mentre la madre ha voltato la testa dall’altra parte.
“Non ero sicura di essere incinta”
Petrolini ha parlato per circa sette minuti, leggendo un foglio. Ha raccontato quale fosse il suo stato d’animo all’epoca: “Mi sentivo sola dentro, anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a colmare, mi sentivo sbagliata e giudicata”. Riguardo alle due gravidanze, la 23enne ha dichiarato di non essere “mai stata sicura di essere incinta, non ho mai fatto un test di gravidanza”. “Non pensavo di esserlo, - ha proseguito - nella mia testa dicevo che era impossibile, altrimenti gli altri se ne sarebbero accorti. Per quello mettevo in atto comportamenti come fumare e bere”. E ancora: “C’erano momenti in cui vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva. Allora facevo ricerche, ma non ho mai messo in atto nulla”.
“Ho sbagliato e sto iniziando a riconoscerlo”
L’imputata ha spiegato che avrebbe voluto “tenere i bambini e vederli crescere”, anche se le gravidanze “erano state inaspettate”. “Quello che ho fatto dopo - ha ammesso - è stata sicuramente una scelta sbagliata, presa sicuramente senza ragionare, che oggi sto iniziando a riconoscere, ma in quel momento per me è stata la scelta più giusta da fare”. In riferimento al primo parto, Petrolini ha detto di non ricordare “quasi niente”, tranne di aver avvertito un dolore alla schiena e “un forte mal di pancia”. “Mi è venuto da spingere - ha continuato - e mi sono trovata questo bimbo tra le mani”. La seconda volta pensava “di avere il ciclo. Mi sono alzata dal letto, ho sentito di dover spingere e mi sono trovata questa creatura tra le mani”. A quel punto, avrebbe reciso il cordone ombelicale e “poi sono svenuta”. Quando si è ripresa avrebbe visto che “il bambino non respirava più” e “ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente: seppellirlo. Non mi è venuto in mente che lì c’era anche un altro bambino”.
“Nessuno può capire il vuoto che provo”
La giovane ha ricordato che dopo il parto, entrambe le due volte, fisicamente stava bene ma sentiva “come un vuoto dentro”. Nonostante abbia seppellito i due corpicini nel giardino di casa, Petrolini ha dichiarato di non aver mai avuto l’intenzione di fare del male ai suoi figli. “Il dolore che si prova è una sofferenza difficile da far capire. - ha precisato - Ogni giorno mi alzo con un vuoto che faccio fatica a colmare. Mi domando come sarei stata se fossi diventata mamma, e mi mille domande a cui non posso dare una risposta”. Infine ha concluso: “Col tempo si prova ad andare avanti, ma con una ferita che però non si è ancora rimarginata e continua a sanguinare ogni giorno”.
Il pm: “Tendenza sistematica a mentire”
Subito dopo c’è stata la requisitoria del pm Francesca Arienti, che insieme al procuratore Alfonso D’Avino conduce l’accusa per la procura di Parma nel processo a carico della studentessa. Durante il suo intervento, il pubblico ministero ha chiamato per nome i due bambini, Angelo Federico e Domenico Matteo, precisando che “sono reali, non esistono solo sulla carta”, quindi ha mostrato la foto del secondo neonato.
Dopodiché, ricostruendo la vicenda e le indagini, la pm ha osservato che “emerge una scelta netta di fare della gravidanza una cosa propria, di non manifestarla a nessuno” e “di mantenere uno stile di vita compatibile e dannoso per il nascituro”. Inoltre “è emersa la tendenza sistemica e pervasiva a mentire” dell’imputata.