Sono giorni difficili per Report.
La Procura di Milano (lo scrive il Corriere della Sera in edicola oggi) ha indagato per «accesso abusivo a sistema informatico» il tecnico che, davanti alle telecamere di Report e ai taccuini del Fatto Quotidiano, ha raccontato d’aver dimostrato al gip del tribunale di Alessandria Aldo Tirone come il software Ecm di Microsoft installato nei pc di tutte le Procure può essere utilizzato a distanza, senza lasciare tracce, per spiare i computer dei magistrati e agire a loro insaputa.L’indagine arriva dopo un esposto del 24 gennaio scorso firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello. Il tecnico avrebbe usato non le sue password ma alcune «forzature tecniche». L’inchiesta è sulla scrivania del procuratore capo Marcello Viola e dei pm Francesca Celle (del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente su toghe piemontesi) e Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), alla quale il procuratore nazionale Gianni Melillo della Direzione nazionale antimafia ha applicato Eugenio Albamonte, mentre la Polizia postale dovrà valutare l’affidabilità o meno del software.
Come sappiamo, tutto parte dalla Procura di Torino che per prima ha ricevuto la segnalazione di Tirone. Il Giornale, contrariamente a quanto sostengono oggi Report e il Fatto, ha la lettera datata 23 ottobre 2025 che il procuratore capo di Torino Giovanni Bombardieri ha scritto al ministero della Giustizia nella quale ammette - il documento è allegato - che i giornalisti di Report sarebbero andati tre volte da lui a fargli pressione perché indagasse sul software.
Nella primavera del 2025, si legge, alcuni giornalisti di Report gli avrebbero detto che un anno prima (quando Bombardieri era ancora a Catanzaro) la sua Procura aveva segnalato al ministero «alcune criticità in termini di sicurezza degli apparati ministeriali per la installazione di un agent destinato all’aggiornamento dei programmi ministeriali da remoto» e «in modalità silente».
Dunque, Bombardieri apprende al suo arrivo che esiste un problema con il software. A loro dice di non saperne nulla, poi lui indaga e scopre che a maggio del 2024 era stato installato questo software «per l’aggiornamento da remoto» e che il Dgsia - il dipartimento che sorveglia software e hardware dei magistrati - non aveva riscontrato «pericoli per la riservatezza e, tantomeno, per la sicurezza delle “macchine”», con una missiva del 4 giugno che ne chiarisce il funzionamento: nessun accesso da remoto «silente», nessuno poteva entrare senza autorizzazione.
Poi continua: «Recentemente sono stato ricontattato dai giornalisti di Report» (e sono due), che gli avrebbero ribadito «la vuinerabilità» delle macchine. A quel punto Bombardieri riscrive al ministero, che gli risponde di aver ricevuto il parere di un tecnico (Stefano Moreno) convinto del contrario. Da un carteggio tra Moreno e il ministero, il tecnico sosteneva che l’accesso silente era possibile, ma la Dgsia del ministero ribadiva: «Nessuna criticità», aggiungendo che senza «i “percorsi” tecnici o, comunque, le modalità operative» da lui usate non era possibile chiarire come il software fosse vulnerabile.
«Nei giorni scorsi (e tre, ndr) sono ritornati in Ufficio i corrispondenti della trasmissione Report ì quali hanno confermato quanto già comunicatomi, ribadendo che a quanto a loro conoscenza le macchine sarebbero ancora esposte a tali rischi di controllo da remoto». Secondo Bombardieri, come correttamente riportato dal Giornale nel pezzo Le cybertalpe di Report, i giornalisti si sarebbero «mostrati a conoscenza di molti particolari» a lui sconosciuti, tra cui un carteggio interno al dipartimento del ministero e di alcune riunioni a Torino alla presenza di Microsoft «in cui la Procura di Torino era stata rassicurata, secondo loro in maniera non corretta». E così giustamente Bombardieri ha scritto al ministero - che a quanto ci risulta non ha informato direttamente il ministro Carlo Nordio - per capire come muoversi.
Ora, Bombardieri dice a Thomas Mackinson del Fatto in edicola oggi di non aver mai sentito il Giornale. Peccato che la collega Rita Cavallaro l’abbia contattato e che il Giornale - a differenza di quello che sostiene Report e il Fatto - avesse correttamente riportato il suo pensiero in questo articolo: «Abbiamo valutato alcune segnalazioni di criticità del sistema", nulla più», ci aveva detto. Non era del tutto vero, ma è pacifico che il Procuratore capo di Torino neghi a due giornalisti di conoscere un’informazione ampiamente in suo possesso, come dimostra la lettera.
Per tre volte dei cronisti di Report si sono presentati nel suo ufficio a smentire la versione ufficiale del suo ministero, non sono forse pressioni queste? Ecco perché un coraggioso magistrato calabrese, da sempre impegnato nella lotta alla mafia, si è sentito giustamente in dovere di scrivere al ministero «anche al fine di ottenere nuove rassicurazioni sull’assenza di pericoli di vulnerabilità delle macchine utilizzate da questo Ufficio» e di segnalare, come già scritto dal Giornale, anche la Direzione nazionale antimafia che come abbiamo visto è nel pool di Milano che indaga sul software. Quando alle lezioncine di Fatto e Report sul giornalismo ha già risposto il nostro direttore Tommaso Cerno. Anche no, grazie.
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