Due condanne all'ergastolo per il sequestro e l'omicidio di Cristina Mazzotti arrivano a 50 anni dai fatti, dopo che la Dda di Milano aveva riaperto il caso. Ieri la corte d'Assise di Como ha condannato al carcera a vita Giuseppe Calabrò, 76 anni, e Demetrio Latella, 71 anni. Assolto invece Antonio Talia. L'accusa, rappresentata dal pm Cecilia Vassena e poi, nelle ultime battute del lungo processo, dal pm pasquale Addesso, aveva chiesto tre ergastoli.
La corte d'Assise ha stabilito inoltre una provvisionale di 600mila euro che i condannati dovranno versare in solido tra loro a ciascuna delle due parti civili, Marina e Vittorio Mazzotti, sorella e fratello di Cristina, morta a 18 anni dopo 28 giorni di prigionia nella buca in cui era stata rinchiusa. Calabrò e Latella sono stati condannati per omicidio volontario aggravato, mentre è stato disposto il «non doversi procedere» per il sequestro di persona perché il reato nel frattempo si è estinto per «intervenuta prescrizione». Talia è stato assolto per non avere commesso il fatto.
I giudici hanno anche stabilito che Marina e Vittorio Mazzotti dovranno essere risarciti dai due condannati in separata sede civile e che la sentenza dovrà essere affissa in diversi Comuni, tra cui Como, Eupilio, Castelletto Ticino, Oleggio e Bovalino. La sentenza, sottolinea l'avvocato Fabio Repici, legale dei familiari della vittima, dal cui impulso sono ripartite le indagini della Dda, «è una pagina di grande dignità della giurisdizione. Rende omaggio alla memoria di Cristina Mazzotti e al dolore dei congiunti. E finalmente segna il crollo dell'impunità di Demetrio Latella e soprattutto di Giuseppe Calabrò, capo indiscusso della 'ndrangheta in Lombardia». La sentenza di ieri aggiunge un tassello che mancava alla ricostruzione del sequestro della 18enne milanese, affidata a diverse sentenze definitive che hanno condannato una ventina di persone, tra organizzatori, carcerieri, telefonisti. Molti di loro nel frattempo sono morti. Alla lettura del verdetto erano presenti anche gli studenti del Liceo Carducci dove Cristina Mazzotti studiava.
Quello di Cristina Mazzotti è stato il primo sequestro di 'ndrangheta al Nord con una donna come vittima. La ragazza venne sequestrata il 30 giugno 1975 mentre era in auto con alcuni amici a Eupilio, vicino a Erba. Gli imputati avrebbero fatto parte del commando di rapitori. La 18enne venne portata in una cascina nel Varesotto e tenuta prigioniera in una buca scavata nel terreno. Ne usciva un tubo di 5 centimetri da cui la giovane, che nella buca non poteva stare in piedi, respirava. I rapitori le iniettarono alternativamente sonniferi ed eccitanti, costringendola a chiamare a casa: «Papà, ti prego, paga... Non ce la faccio più».
Morì dopo 28 giorni in quelle condizioni. Il padre Helios, titolare dell'azienda di famiglia, pagò il riscatto di un miliardo e cinquanta milioni di lire, dopo aver venduto tutto. Ma Cristina era già morta e il suo corpo era stato gettato in una discarica.