Gentile Direttore Feltri,
la proprietaria del locale dove è avvenuta la strage di Capodanno sarebbe stata ripresa mentre portava via la cassa prima di mettersi in salvo scappando dal suo bar, dove nel mentre ragazzini di 14-16 anni nonché membri del suo personale morivano nella maniera più atroce possibile e a causa delle negligenze anche della proprietà. Una scena orribile che ci dice molto del cinismo e del materialismo dilaganti. Lei cosa ne pensa?
Con affetto e stima
Angela Gottardo
Cara Angela, la scena che ci viene raccontata, e che ormai circola con tanto di immagini su tutti i principali organi di informazione, è di quelle che gelano il sangue e fanno vergognare di appartenere al genere umano. La proprietaria del locale in cui si è consumata la strage di Capodanno, mentre nel suo bar ragazzi di 14, 15, 16 anni e membri del personale morivano o lottavano tra la vita e la morte, si preoccupava di portare via la cassa e mettersi in salvo. Se questo comportamento verrà confermato in sede giudiziaria, non ci troveremmo solo di fronte a una possibile responsabilità penale, ma a qualcosa di ben più profondo e inquietante: un fallimento morale.
Sia chiaro: in uno Stato di diritto la responsabilità penale si accerta nelle aule di giustizia, non sulle pagine dei giornali né sui social network. Ed è giusto che la magistratura faccia il suo corso. Esiste già un'indagine a carico dei proprietari, marito e moglie, per omicidio colposo, lesioni colpose e per le gravi violazioni delle norme di sicurezza. Bene. È doveroso che si vada fino in fondo. Perché è francamente impossibile negare che ci siano state negligenze macroscopiche. Uscite di sicurezza sbarrate e già questo basterebbe a chiudere qualsiasi attività , materiali non ignifughi in un ambiente sotterraneo, uso scriteriato di fuochi pirotecnici all'interno del locale, camerieri che portavano bottiglie con petardi accesi sopra la testa dei clienti come se fosse un circo. Tutto questo non è sfortuna, non è fatalità, bensì incoscienza. È leggerezza criminale, è disprezzo delle regole. E su questo la proprietà ha una responsabilità diretta, evidente, ineludibile. Ma c'è di più. Esiste anche una responsabilità delle istituzioni. Quel locale aveva autorizzazioni? Chi le ha concesse? Chi avrebbe dovuto controllare? Perché non risultano ispezioni da anni? Chi ha chiuso un occhio, chi ha firmato, chi ha voltato la testa dall'altra parte? Perché la sicurezza non è un'opzione, è un obbligo. Se io entro in un locale pubblico devo poter presumere di uscirne vivo. Non è una pretesa eccessiva, è il minimo sindacale in una società civile. E poi c'è il gesto. Quello che tu giustamente richiami. La donna che prende la cassa e scappa. Ora, ammettiamo pure il panico, la paura, la confusione. Ma ci sono momenti nella vita in cui l'istinto rivela chi siamo davvero. E se il primo pensiero, mentre intorno a te la gente brucia, soffoca, muore, è salvare il bottino della serata, allora qualcosa dentro è profondamente guasto. Nella tradizione marinara il comandante è l'ultimo ad abbandonare la nave. Non per eroismo retorico, ma per senso di responsabilità. Perché chi comanda risponde. Qui, invece, abbiamo una proprietaria che, se le immagini verranno confermate, è tra le prime a fuggire e per giunta con i soldi in mano. Come se il denaro valesse più delle vite. Come se l'incasso fosse più sacro dei ragazzi che stavano morendo nel suo locale, nella sua proprietà, sotto la sua gestione.
Io non sono un moralista. Non ho mai demonizzato il denaro. Non credo affatto che sia lo sterco del demonio, come certa sinistra ipocrita ama ripetere. Il denaro è uno strumento, è lavoro, è impresa, è legittimo. Ma non è sacro. La vita lo è. E quando si inverte questa gerarchia si entra in un territorio pericoloso, degradato, disumano. Questa vicenda è lo specchio di un materialismo dilagante, di una società che ha smarrito il senso della misura, il senso del limite, il senso dell'umano. Dove l'incasso conta più della sicurezza, la serata piena più delle uscite di emergenza, il profitto più delle persone. E poi ci si stupisce se accadono le stragi.
Mi auguro che la giustizia faccia il suo corso, che le responsabilità vengano accertate una per una, senza sconti per nessuno. Ma sul piano morale il giudizio è già possibile, ed è severo. Perché chi gestisce un locale non gestisce soltanto un'attività: gestisce vite umane.
E chi non lo capisce, non dovrebbe avere in mano neppure un chiosco di bibite, figuriamoci un locale notturno. Questa tragedia non è solamente un fatto di cronaca. È una lezione. Amara, sanguinosa, terribile. E ci insegna che quando il denaro diventa più importante delle persone, il risultato è sempre lo stesso: macerie e bare.