L’arresto di Nicolás Maduro, al centro in questi giorni di un nuovo e drammatico capitolo dello scontro giudiziario e politico internazionale che circonda il Venezuela, riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più sensibili che abbiano mai lambito il cuore familiare del potere chavista: il caso dei “narcosobrinos”. Una storia che, ben prima degli sviluppi attuali, aveva già messo in luce le fratture profonde tra la narrazione ufficiale del regime e le risultanze delle inchieste giudiziarie statunitensi.
Si tratta di Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. La loro vicenda giudiziaria, sviluppatasi interamente negli Stati Uniti, è oggi considerata uno dei precedenti più imbarazzanti per il sistema di potere venezuelano, perché ha prodotto condanne definitive, atti giudiziari pubblici e, infine, uno scambio diplomatico di alto livello.
Era il novembre 2015 i due vengono arrestati a Port-au-Prince, Haiti, al termine di un’operazione sotto copertura della DEA. Secondo l’accusa federale, avrebbero cospirato per trafficare circa 800 chilogrammi di cocaina diretti negli Stati Uniti. Dopo l’arresto, le autorità haitiane li espellono e vengono trasferiti a New York, dove il caso viene incardinato presso la corte federale del Southern District idi New York.
Gli atti processuali e le ricostruzioni descrivono una presunta strategia che avrebbe dovuto sfruttare canali istituzionali venezuelani, compresa la possibilità di far partire il carico da un hangar aeroportuale riservato, con rotta verso l’Honduras e successivo ingresso negli USA. Questi elementi vengono sempre presentati come tesi dell’accusa, fondate su registrazioni e incontri con informatori. Cilia Flores, oggi accusata insieme al marito nel procedimento di questi giorni, spunta al centro delle indagini legate ai nipoti: durante il processo l’accusa sostiene che i due stessero cercando di trafficare cocaina utilizzando canali legati alla sua campagna politica. Anche oggi le accuse di narcotraffico includono il suo ruolo, ampliando così quel filone investigativo iniziato con il caso del 2015.
Nel novembre 2016 una giuria federale di Manhattan dichiara Campo Flores e Flores de Freitas colpevoli di cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti, al termine di un processo durato circa due settimane. La sentenza arriva nel dicembre 2017: 18 anni di carcere ciascuno, più sanzioni pecuniarie. Le corti statunitensi confermano così l’impianto accusatorio del Dipartimento di Giustizia. Le difese contestarono l’operazione sotto copertura e la giurisdizione americana, ma senza riuscire a ribaltare l’esito del processo. Nel 2020, viene tentata la strada della Corte Suprema degli Stati Uniti, sollevando questioni procedurali e costituzionali. Anche questo passaggio non modifica la condanna.
Il 1° ottobre 2022 il caso assume una dimensione apertamente geopolitica. In un accordo tra Washington e Caracas, gli Stati Uniti rilasciano i due nipoti di Cilia Flores in cambio della liberazione di sette cittadini statunitensi detenuti in Venezuela, tra cui dirigenti legati a CITGO. Cinque di loro facevano parte dei cosiddetti “Citgo Six”, un gruppo di alti dirigenti della compagnia petrolifera statunitense, una filiale della venezuelana PDVSA. Vennero arrestati nel 2017 in Venezuela con accuse di presunta corruzione collegate a un contratto considerato “sfavorevole” per la compagnia. Campo Flores e Flores de Freitas rientrarono così in patria dopo quasi sette anni di carcere negli Usa.
Nel
dicembre scorso, gli Stati Uniti tornano a colpire i due “narcosobrinos” con nuove sanzioni, inserendoli nel pacchetto che prende di mira figure legate al potere venezuelano per narcotraffico e corruzione.