Sacchi neri. A decine, ammonticchiati in strada, aperti quel poco che basta per mostrare i volti di ragazzi e ragazze, tutti giovani, uccisi dal sanguinario regime dell'ayatollah Ali Khamenei. Sono l'immagine simbolo delle proteste che hanno infiammato l'Iran, e anche se le manifestazioni sembrano essersi esaurite, dal Paese continuano a provenire testimonianze di chi è stato colpito direttamente dalla violenza dei pasdaran.
Su Instagram è stato pubblicato un video, girato da un uomo che sta cercando suo figlio Sepehr. Vaga tra i cadaveri, in strade ed edifici trasformati in mattatoi, assieme a tanti altri padri e madri, fratelli, sorelle e amici. Per dieci strazianti minuti, si vedono solo i corpi delle vittime della Repubblica islamica, mentre lui continua a ripetere "Sepehr" e maledice il regime. "Dannato Khamenei, quel figlio di puttana. Questo è il crimine di Khamenei", dice. "Questo è il massacro che è stato fatto il 18 e il 19 (gennaio, ndr). Questo è il crimine della Repubblica islamica. Devono assumersene la responsabilità, basta nasconderlo, basta ingannarci".
Il terreno dove sono stati lasciati i corpi, scartati come pile di rifiuti, è macchiato di sangue. Il padre continua a riprendere, facendosi strada tra le persone che cercano disperatamente i propri cari. Il video si conclude prima che lui riesca a trovare Sepher e non possiamo sapere se effettivamente sia stato in grado di recuperare la salma di suo figlio.
Secondo le autorità di Teheran, la repressione delle proteste ha causato circa 3mila vittime, ma secondo un rapporto di medici ottenuto dal Sunday Times, i
morti sarebbero 16.500, di cui la maggior parte sotto i 30 anni, mentre i feriti sarebbero 330mila. Cifre terribili, definito da uno degli autori del rapporto come "un genocidio coperto dal buio digitale".