Per anni il “Great Firewall” è stato sinonimo di censura in entrata: un sistema sofisticato che limita l’accesso dei cittadini cinesi a siti stranieri come Google, YouTube o grandi testate internazionali. Ora però sta emergendo un fenomeno speculare, che alcuni studiosi hanno soprannominato “Reverse Great Firewall”. Cosa significa? Semplice: sempre più siti governativi cinesi risultano inaccessibili dall’estero, riducendo in modo significativo la quantità di dati pubblici consultabili da ricercatori, imprese e analisti stranieri. Non parliamo di singoli episodi isolati, ma di una tendenza più ampia che suggerisce un cambiamento nella gestione delle informazioni online da parte di Pechino.
Il Reverse Great Firewall
Alla base di una simile tendenza vi sarebbe un uso crescente del cosiddetto geo-blocking, una tecnica che consente di filtrare l’accesso ai contenuti in base alla posizione geografica dell’utente, identificata attraverso l’indirizzo IP. In questo modo, un portale può essere perfettamente accessibile dalla Cina continentale ma risultare oscurato a chi tenta di collegarsi da Europa o Stati Uniti.
Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, che ha esaminato oltre 13mila siti governativi cinesi testandone l’accessibilità da più di una dozzina di località nel mondo, più della metà dei portali controllati nella ricerca non sarebbe raggiungibile dall’estero. In circa un caso su dieci l’oscuramento appariva deliberato, attuato tramite blocchi a livello di server o di sistema dei nomi di dominio (DNS); negli altri casi, le difficoltà di accesso sarebbero riconducibili a colli di bottiglia infrastrutturali o a configurazioni di rete frammentate, più che a un piano centralizzato.
L’insieme dei dati suggerisce un orientamento chiaro: limitare la possibilità che informazioni ufficiali vengano raccolte e analizzate fuori dai confini nazionali attraverso tecniche di open-source intelligence e data mining.
La nuova sicurezza cinese
Secondo il su ddetto studio, la nozione di cybersicurezza adottata dalle autorità cinesi si sarebbe progressivamente ampliata, includendo non solo la prevenzione di attacchi informatici o sabotaggi, ma anche il controllo dei flussi informativi che potrebbero incidere sull’immagine e sulla stabilità del sistema politico. In questa prospettiva, la protezione dei dati pubblici diventa parte integrante di una più ampia strategia di “sicurezza dell’informazione” e di tutela dell’ordine politico e ideologico.
Le implicazioni di questo “Firewall inverso” sono rilevanti. Per il mondo accademico e per i centri di ricerca internazionali, la riduzione dell’accesso a documenti, statistiche e comunicati ufficiali rende più complessa un’analisi basata su fonti primarie. Anche le imprese straniere potrebbero incontrare maggiori difficoltà nell’ottenere informazioni normative o amministrative utili per operare nel mercato cinese.
Non solo: una chiusura eccessiva rischia di alimentare incomprensioni e valutazioni distorte, soprattutto in una fase di tensione tra Cina e Stati Uniti.
Allo stesso tempo, lo studio ha evidenziato come il fenomeno non sia uniforme: i blocchi sembrano emergere in modo disomogeneo, spesso a livello provinciale o locale, come risposta a pressioni e incentivi provenienti dal centro. Questo lascia intendere un processo di adattamento graduale, una sorta di sperimentazione istituzionale per valutare l’efficacia delle restrizioni.