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Lobbisti, minerali e cripto: così il Pakistan si è imposto come mediatore in Iran

La vera natura dei rapporti di Islamabad con l’amministrazione Trump. Ecco perché il Paese, fino a poco tempo fa definito "emicrania internazionale", ha scalzato la Turchia dal ruolo di mediatore

Lobbisti, minerali e cripto: così il Pakistan si è imposto come mediatore in Iran
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All’hotel Serena di Islamabad, dove in queste ore sono in corso i colloqui di pace per la guerra in Iran, il Pakistan si gode il suo posto al sole nell’arena diplomatica conquistato a suon di negoziati dietro le quinte e frenetiche telefonate a decine di capi di Stato sfociate martedì scorso in un cessate il fuoco ad appena 90 minuti dalla scadenza del terribile ultimatum lanciato da Donald Trump. Un risultato, certo tutto da confermare nelle prossime ore, ma che ha comunque dell’incredibile per un Paese che non molti anni fa l’ex segretario di Stato Usa Madeleine Albright definiva come un’”emicrania internazionale”. Il Pakistan ha “armi nucleari, corruzione, povertà, estremismo, una situazione finanziaria terribile e un governo che non è molto forte”, affermava Albright.

Le autorità di Islamabad mai così forti

Non tutti gli elementi snocciolati dall’ex rappresentante della diplomazia Usa sono ancora validi. Le autorità di Islamabad, infatti, non sembrano mai essere state così forti, complice il sostegno offerto dall’amministrazione americana, molto vicina al primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, e, soprattutto, al suo capo delle forze armate, Syed Asim Munir, il generale appellato da The Donald come il “mio feldmaresciallo preferito”.

Proprio il rapporto diretto tra Trump e Munir, cementato durante la breve guerra con l’India nel 2025, ha permesso ad Islamabad di ritrovare la sua rilevanza geopolitica, perduta negli anni di Joe Biden, all’indomani del ritiro degli Stati Uniti dal vicino Afghanistan. I due si sarebbero incontrati almeno tre volte nell’ultimo anno e Munir avrebbe parlato a lungo di Iran con il presidente americano, in particolare in occasione di un pranzo a Washington lo scorso giugno.

I lobbisti legati a Trump e gli accordi sui minerali e le cripto

“Probabilmente il Pakistan non ha mai avuto il tipo di accesso alla Casa Bianca che ha ora”, ha affermato al New York Times l’analista Qamar Cheema. Per ottenerlo, le autorità di Islamabad si sono mosse sin dalle prime ore della rielezione del tycoon assumendo lobbisti legati alla famiglia Trump, nominando The Donald per il premio Nobel per la pace e siglando una serie di accordi sui minerali strategici e le valute cripto. Senza tralasciare la decisione del Pakistan di aderire al Board of Peace, creato dall’amministrazione repubblicana per supervisionare i processi di pace per Gaza e diventato nel frattempo una sorta di Onu alternativa.

Le iniziative di Islamabad non hanno interessato solo gli Stati Uniti - pochi mesi fa il Pakistan ha firmato con l’Arabia Saudita un accordo di difesa che sembra richiamare i meccanismi previsti dalla Nato - e non sempre il Paese guidato da Sharif ha mostrato moderazione in materia di politica estera. Lo testimoniano gli scontri con l’India e i numerosi raid condotti contro i Talebani in Afghanistan, accusati di supportare terroristi che colpiscono obiettivi in territorio pakistano.

Le manovra sullo sfondo della Cina

Ad ogni modo, in queste ore i fattori di instabilità che hanno il loro epicentro in Pakistan vengono oscurati dal ruolo da mediatore assegnatogli sia da Washington che da Teheran nel contesto del conflitto in Medio Oriente. Peraltro, il successo nel raggiungimento del cessate il fuoco conta, dal punto di vista diplomatico, degli sconfitti. Tra questi la Turchia, sempre molto attiva nelle questioni mediorientali, e non solo.

I pasdaran potrebbero aver deciso di puntare, invece che sulla Turchia, sul Pakistan in quanto nazione che non ospita basi militari statunitensi. Una scelta, inoltre, su cui potrebbero aver influito le manovre sullo sfondo della Cina, la quale nelle ultime settimane si è coordinata strettamente con gli storici alleati pakistani.

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