La nebbia, l'errore del pilota, lo schianto. Così Kobe Bryant morì tra le colline di Los Angeles

Il 26 gennaio 2020, l'ex stella dell'Nba stava andando a vedere una partita di basket giovanile insieme alla figlia Gianna Maria, 13 anni, e altre sette persone, quando l'elicotterò si schiantò dopo dieci secondi dal decollo

La nebbia, l'errore del pilota, lo schianto. Così Kobe Bryant morì tra le colline di Los Angeles

La nebbia sopra le colline di Los Angeles non consente una buona visibilità. Eppure la domenica mattina del 26 gennaio 2020 un elicottero decolla ugualmente da Orange County, in California, per schiantarsi dopo solo dieci secondi sulla collina di Calabasas. Nell’impatto muoiono l’ex stella dell’Nba (National Basketball Association) Kobe Bryant, 42 anni, la figlia Gianna Maria, appena 13enne, promessa del basket, e altre sette persone, tra le quali due compagne di scuola della ragazzina, i rispettivi genitori e il pilota. Poco più di un battito di ciglia per perdere uno dei più grandi sportivi del nostro tempo.

Nel 2021, il National Transportation Safety Board rende pubblico l’esito della perizia: a causare la tragedia è stato un errore del pilota Ara Zobayan. Nonostante quel giorno sia proibito alzarsi in volo, Zobayan sfida le regole e le avverse condizioni climatiche, fidandosi solo della propria vista e facendo a meno delle radioassistenze per la navigazione. Incurante della perturbazione in corso, continua a volare fino a perdere l’orientamento. Le cause sono disastrose: il pilota non riesce più a distinguere l’alto dal basso, né tantomeno l’inclinazione del veicolo. A provare questo suo errore è la registrazione dell’ultima conversazione con la torre di controllo in cui lui stesso comunica che sta per salire di quota, quando invece lo Sikorsky S-76 che sta pilotando si inclina sul lato sinistro, fino a schiantarsi. L'elicottero non è dotato di scatola nera, perché in quel tipo di velivolo non è prevista la sua presenza. Migliaia di volte Bryant aveva sorvolato quei cieli, dal momento che era solito spostarsi così per arrivare puntuale ai suoi numerosi appuntamenti privati e professionali, evitando il traffico di Los Angeles.

L'addio a "Black Mamba"

Kobe Bryant

Quel giorno l’ex cestista, la figlia Gianna e gli altri sette passeggeri sono diretti verso la Mamba Sports Academy di Thousand Oaks per una partita di basket, ma, come è noto, a destinazione non arriveranno mai. Mamba è il soprannome del campione; era stato lui stesso a scegliere per sé questo appellativo dopo aver visto il film di Tarantino “Kill Bill”. Black Mamba, infatti, è uno fra i serpenti più velenosi al mondo. Bryant era rimasto così incuriosito da questo animale, al punto da spingersi a fare delle ricerche on line, fino a credere che ci fossero delle analogie tra il proprio modo di giocare e quello esibito dal rettile nel film. Qualche settimana dopo la tragedia, la Mamba Sports Academy, che il campione aveva fondato nel 2018, annuncia di rinunciare al nome “Mamba”: da quel momento in poi si sarebbe chiamata soltanto "Sports Academy”. Il mondo intero rimane molto turbato dalla perdita improvvisa di una delle icone sportive più amate e rispettate del ventunesimo secolo. Messaggi di cordoglio arrivano da ogni parte del globo, con fan, giocatori, autorità politiche, sportivi e personaggi dello spettacolo che rendono omaggio al cestista con fiori, messaggi e lettere.Tra coloro che versano una lacrima per lui, non solo gli appassionati di basket, ma anche quelli che hanno sempre apprezzato il suo impegno a livello sociale, il bene fatto per la sua comunità. Nel 2011 con la moglie Vanessa apre la Kobe & Vanessa Bryant Family Foundation, attiva nel sociale per aiutare i giovani abitanti di Los Angeles in difficoltà economico-sociali. Ma non è tutto, nell’estate 2019 dona un milione di dollari per aiutare i soldati a integrarsi nella vita civile dopo le missioni di guerra. E ancora, offre oltre un milione di dollari per la costruzione del National Museum of African American History and Culture di Washington, un omaggio all’eredità africana degli Stati Uniti.

Il suo amore per l'Italia

Kobe Bryant, degno erede di Michael Jordan, sei titoli NBA per il primo, cinque per Black Mamba, dal 1996 al 2016 indossa la canotta dei Lakers, con il numero 8 e il 24. Milioni di ragazzi, grazie a lui, si sono appassionati alla pallacanestro. Come non ricordare il suo legame speciale con l’italia? Kobe trascorre la sua infanzia nel Belpaese, dai 6 ai 13 anni, quando suo padre, Joe "Jellybean" Bryant gioca nella Lega italiana di basket. Vivono in diverse città, da Rieti a Reggio Calabria, passando per Pistoia e Reggio Emilia. Durante questo periodo, Kobe impara a parlare molto bene l'italiano e sviluppa un amore per il gioco del basket giocando nelle squadre giovanili locali. Questa esperienza in Italia ha un impatto significativo sulla sua crescita personale e professionale. Come omaggio all’Italia, decide di dare alle sue quattro figlie, nate dall’amore con la moglie Vanessa, tutti nomi italiani o di ispirazione italiana: Natalia Diamante, Gianna Maria-Onore, Bianka Bella e Capri Kobe.

Il maxi risarcimento alla moglie

Vanessa e Kobe Bryant

Marito e padre devoto, lascia un vuoto incolmabile nella vita della moglie Vanessa e delle altre tre figlie. La donna scopre della morte del marito e della figlia sui social, nessuno la avverte e, come se non bastasse, qualche giorno dopo viene raggiunta da un’altra orribile notizia: tra privati, non sui social, girano le foto dei corpi mutilati del marito e della figlia appena estratti dalle macerie. A far circolare le immagini, alcuni pompieri e agenti della polizia, tra i primi ad arrivare per i soccorsi.

La donna, profondamente turbata dal gesto, teme che un giorno possa ritrovarsi davanti quegli scatti macabri. Così, cita in giudizio otto persone con l'accusa di aver scattato e condiviso quelle immagini orribili, e nel 2023 viene risarcita con 28,5 milioni di dollari (26,79 milioni di euro).

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