Dopo il fallimento del vertice del 14 gennaio a Washington, la diplomazia atlantica si è rimessa in moto a ritmo serrato. L’incontro tra il vicepresidente statunitense JD Vance e i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia si era chiuso senza un’intesa, aprendo una fase di tensione che ha spinto il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ad assumere un ruolo di regia per ricomporre il fronte occidentale sull’Artico.
Rutte ha avviato un ampio giro di consultazioni, coinvolgendo alleati europei e Washington. Tra i primi interlocutori, l’ambasciatore Matthew Whitaker, rappresentante americano presso la Nato, chiamato a sondare la disponibilità della Casa Bianca a una soluzione multilaterale. Durante il faccia a faccia di metà gennaio, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt avevano offerto a Vance un’apertura significativa: la disponibilità dell’isola a ospitare tutte le basi militari ritenute necessarie dagli Stati Uniti e dagli alleati.
La risposta americana ha però spiazzato i partner: Washington punta alla proprietà dell’isola. Una richiesta respinta con fermezza, ricordando che in Groenlandia la terra non è in vendita per legge. Sul tavolo resta soltanto l’ipotesi di una concessione pluriennale, opzione che Donald Trump ha pubblicamente bocciato dal palco del Forum di Davos. Il 19 gennaio, a Bruxelles, Rutte riceve Motzfeldt insieme al ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen. Qui prende forma uno schema più ambizioso: un accordo allargato che coinvolga i Paesi disposti a rafforzare la sicurezza militare della Groenlandia e delle aree circostanti, riconoscendo al tempo stesso la leadership americana nella regione.
Subito dopo, Rutte chiama Trump. Non propone una formula definitiva, ma una cornice politica: gli alleati accetterebbero il primato strategico degli Stati Uniti nell’Artico e, in cambio, aumenterebbero gli investimenti nella difesa, acquistando equipaggiamenti militari americani. A titolo di esempio, cita la Danimarca, già cliente della Lockheed Martin per i caccia F-35. La reazione del presidente resta prudente. Parallelamente, si muovono anche altre capitali chiave: il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer intensificano i contatti con Washington per evitare una frattura strategica.
Il 20 gennaio Rutte riferisce l’esito delle consultazioni agli ambasciatori dei 32 Paesi membri riuniti nel Consiglio Atlantico. Propone di proseguire il dialogo nel gruppo di lavoro tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, unico risultato concreto del vertice con Vance. L’impostazione ottiene il sostegno dei danesi, dei britannici e soprattutto il via libera di Whitaker. Il passaggio decisivo resta però l’assenso presidenziale. Nel bilaterale più recente, Rutte avrebbe fatto leva su tutta la sua abilità diplomatica. "Abbiamo un accordo quadro", ha dichiarato Trump, lasciando intendere che la cornice politica è definita, ma che i dettagli sono ancora aperti.
Il punto più scivoloso resta dunque la forma giuridica della presenza americana sull’isola. Nei corridoi diplomatici circola un’ipotesi suggestiva: un modello simile a Guantánamo, la base navale concessa agli Stati Uniti da Cuba nel 1903 con un prestito di fatto perpetuo.
Per ora, però, si tratta solo di un riferimento storico evocato nei retroscena: l’“accordo quadro” di cui parla Trump resta una cornice politica, mentre i dettagli — come spesso accade nelle grandi partite geopolitiche — sono rinviati a negoziati lunghi e potenzialmente esplosivi.