Il punto più scivoloso del futuro americano in Groenlandia resta ora la guisa giuridica della presenza sull’isola artica. Nelle stanze dei bottoni in queste ore si rincorrono esempi e modelli già esistenti. Quando si parla di basi militari e di presenza strategica statunitense all’estero, la questione della sovranità emerge sempre come un terreno ambiguo, spesso più politico che giuridico.
Non è un caso che il dibattito riaccesosi attorno alla Groenlandia, dopo le recenti interlocuzioni diplomatiche e il ruolo di mediazione attribuito al segretario generale della NATO Mark Rutte, venga letto attraverso il prisma di precedenti storici consolidati. Guantánamo e Cipro non sono evocati per analogia superficiale, ma perché rappresentano due modalità opposte di separare, o sovrapporre, sovranità e controllo.
Guantánamo Bay: il controllo senza sovranità
Il caso di Guantánamo Bay nasce in un momento in cui gli Stati Uniti stanno definendo il proprio ruolo imperiale nell’emisfero occidentale. All’indomani della guerra ispano-americana, Washington si presenta come potenza liberatrice, ma lega l’indipendenza cubana a una serie di vincoli strutturali. Gli accordi che regolano Guantánamo sono il prodotto di questo equilibrio asimmetrico: Cuba mantiene formalmente la sovranità sul territorio, mentre gli Stati Uniti ottengono un controllo pieno e continuativo sull’area della base. La revisione del 1934 cristallizza ulteriormente questa configurazione, rendendo la presenza americana di fatto permanente, salvo consenso bilaterale o rinuncia unilaterale statunitense.
Nel corso del tempo, Guantánamo diventa qualcosa di più di una base navale. La sua collocazione giuridica “eccentrica” la trasforma in uno spazio sospeso, emblematico durante la war on terror. Qui il controllo è massimo, la sovranità altrui è riconosciuta solo in astratto, e il conflitto politico con lo Stato formalmente titolare del territorio resta permanente.
Cipro: la sovranità trattenuta e l’eredità coloniale delle basi
Cipro rappresenta l’altra faccia della medaglia. Quando il Regno Unito concede l’indipendenza nel 1960, decide di conservare due aree come territori a sovranità britannica. Qui non esiste ambiguità giuridica: Akrotiri e Dhekelia non sono basi “in affitto”, ma enclave sovrane, residue di un impero in ritirata. Tuttavia, proprio perché la sovranità è piena, Londra sente il bisogno di circoscriverne politicamente l’esercizio. Le basi non devono diventare poli economici, né strumenti di controllo civile del territorio circostante. La loro funzione è dichiaratamente militare, quasi tecnica, e proprio questa autolimitazione consente al modello di sopravvivere anche dopo la fine della Guerra fredda e l’ingresso di Cipro nell’Unione Europea.
Groenlandia: presenza strategica, consenso politico e alleanza atlantica
La Groenlandia si colloca storicamente su un piano diverso. Già durante la Seconda guerra mondiale, con la Danimarca occupata, gli Stati Uniti stabiliscono una presenza militare sull’isola con l’accordo delle autorità danesi in esilio, senza mai rivendicare una sovranità propria. Durante la Guerra fredda, l’accordo di difesa del 1951 consolida questo assetto, trasformando la Groenlandia in un nodo fondamentale del sistema di allerta precoce contro l’Unione Sovietica. Anche allora, la logica non è quella dell’appropriazione territoriale, ma quella della cooperazione strategica all’interno di un quadro alleato. È in questo quadro che si sviluppa la grande base di Thule, oggi nota come Pituffik Space Base.
Qui emerge la caratteristica fondamentale del modello groenlandese: gli Stati Uniti ottengono accesso operativo, non sovranità. La base è gestita dagli USA, ma il territorio resta danese; gli accordi prevedono consultazioni con Copenaghen e, nel tempo, anche con le autorità groenlandesi.
Dopo la fine della Guerra fredda, la presenza USA in Groenlandia si ridimensiona. Molte installazioni vengono chiuse e Thule rimane l’unico grande presidio.
Questo precedente è cruciale per capire il presente.
Più che come negoziatore territoriale, il segretario generale della NATO appare come un garante della cornice alleata, chiamato a evitare che una questione strategica venga interpretata come una disputa di sovranità. In questo senso, la Groenlandia diventa un banco di prova per una forma più matura di presenza militare meno legata a strumenti giuridici rigidi.