La superiorità aerea ottenuta in Iran da Stati Uniti e Israele sin dalle prime ore dell’operazione Epic Fury non basta. La storia dei conflitti moderni, infatti, insegna che difficilmente, per non dire quasi mai, un regime crolla solo se sottoposto alla pressione dei bombardamenti dall’alto. La resistenza e la reazione messe in campo dal regime iraniano, a quasi tre settimane dall’inizio della guerra, sembrano confermare ancora una volta tale assioma. E mentre proseguono il blocco dello Stretto di Hormuz e gli attacchi contro i Paesi del Golfo da parte della Repubblica Islamica e Donald Trump valuta un intervento di terra, il governo israeliano accelera la sua campagna di raid contro i funzionari di Teheran.
Priorità differenti
Stando a quanto riportato pochi giorni fa dal giornale Kayhan, il presidente americano avrebbe concesso circa una settimana a Benjamin Netanyahu per dimostrare di poter ottenere un cambio di regime. Il premier dello Stato ebraico è consapevole che il tycoon potrebbe essere tentato, nonostante le sue esternazioni in senso contrario, di concludere il conflitto da un momento all’altro, rivendicando come vittoria il degradamento dei sistemi militari di Teheran, come già successo l’anno scorso nella campagna contro gli Houthi e in occasione della guerra dei 12 giorni.
Trump domenica ha ammesso che gli obiettivi di Israele potrebbero essere “un po’ diversi” dai suoi. “Sapete, loro sono lì e noi siamo molto lontani”, ha detto il leader degli Stati Uniti. Dietro le quinte, il ben informato Barak Ravid ha riportato su Axios le parole di un funzionario dell’amministrazione repubblicana, secondo cui “Israele non odia il caos. Noi sì. Noi vogliamo la stabilità. Netanyahu? Non tanto, soprattutto in Iran. Loro odiano il governo iraniano molto più di noi”. Alti funzionari della Casa Bianca sottolineano che il presidente Usa considererebbe un regime change un “vantaggio aggiuntivo”, ma che intenderebbe porre fine alla guerra una volta raggiunti i suoi principali obiettivi militari: decimare il programma missilistico, il programma nucleare, la Marina e i finanziamenti agli alleati dell’Iran (i cosiddetti proxy) in Medio Oriente.
La differenza delle priorità di Stati Uniti e Israele è apparsa evidente sin dalle prime ore degli attacchi avviati dai due alleati in Iran il 28 febbraio. È il caso del raid di Tel Aviv contro il compound governativo di Teheran dove si trovava l’ex Guida Suprema Ali Khamenei e, martedì scorso, dei blitz delle forze israeliane che martedì hanno portato all’uccisione di Ali Larijani, il presidente del consiglio di Sicurezza iraniano, e di Gholamreza Soleimani, il comandante delle forze paramilitari Basiji.
Il ruolo del Mossad
La strategia dello Stato ebraico si concentra dunque sull’eliminazione di figure chiave del regime islamico per cercare di ricreare le condizioni per nuove proteste in Iran. In quest’ottica vanno interpretati anche i raid dei droni israeliani contro i posti di blocco delle Guardie della Rivoluzione, dei basiji e della polizia. Iran International, giornale dell’opposizione con sede a Londra, riferisce che Israele impieghi i velivoli senza pilota su vasta scala per sorvegliare il terreno, identificare gli obiettivi e colpire i target attraverso il riconoscimento facciale.
Il successo della campagna di omicidi mirati di Tel Aviv non sarebbe però solo merito dei droni. Secondo il Wall Street Journal, in molti casi, il successo degli attacchi israeliani dal cielo dipenderebbe dalle soffiate che arrivano da normali cittadini iraniani. Una di queste dritte sarebbe stata fondamentale per l’eliminazione di Soleimani, il leader dei Basiji (le milizie autrici delle repressioni di gennaio) rifugiatosi in una zona boschiva di Teheran. Esattamente il tipo di risultato che Israele sperava di ottenere dopo aver fatto saltare in aria i quartieri generali e i posti di comando delle milizie, costringendo i loro membri a radunarsi all’aperto.
La lista degli obiettivi e i rapporti sui danni causati dagli attacchi israeliani a cui ha avuto accesso il Wall Street Journal mostrano come Israele sta dando la caccia in maniera massiccia alle forze di sicurezza di Teheran cercando di interrompere le loro attività e dimostrare agli iraniani il loro indebolimento. Finora l’Idf avrebbe sganciato 10mila munizioni su vari obiettivi, tra cui oltre 2200 legati alle Guardie della Rivoluzione, ai Basiji e altre forze di sicurezza interne, combinando la tecnologia avanzata israeliana alla penetrazione dei suoi agenti nella società iraniana.
Israele ha colpito uno ad uno i centri di controllo della Repubblica Islamica. Dopo la distruzione dei primi target, l’intelligence dello stato ebraico ha appreso che l’Iran aveva dato istruzioni ai membri degli apparati del regime di nascondersi in strutture alternative come edifici sportivi, tra cui lo stadio Azadi, o nell’ospedale Gandhi di Teheran. Target prontamente colpiti dall’Idf. Tali attacchi avrebbero demoralizzato il morale delle forze di sicurezza iraniane, spingendo alcuni di loro a dormire nelle loro macchine, nelle moschee o in altre strutture sportive.
In contemporanea, sempre secondo quanto ricostruito e analizzato dal Wall Street Journal, funzionari del Mossad hanno iniziato a telefonare a singoli comandanti iraniani, minacciando loro e le loro famiglie, qualora non si fossero fatti da parte in caso di rivolta. “Sappiamo tutto di te. Sei nella nostra lista nera e abbiamo tutte le informazioni che ti riguardano”, questo uno degli eloquenti messaggi contenuti in una registrazione telefonica riportata dal quotidiano americano. “Ti ho chiamato per avvertirvi in anticipo che dovete schierarvi dalla parte del vostro popolo. E se non lo farete, il vostro destino sarà quello del vostro leader”, prosegue la voce in farsi di un agente dell’intelligence israeliana. “Fratello, giuro sul Corano che non sono tuo nemico. Sono già un uomo morto. Ti prego, vieni ad aiutarci”, questa la risposta al telefono del comandante iraniano.
È difficile, sottolinea il Wall Street Journal, stabilire in modo indipendente il successo della campagna israeliana mentre i pasdaran continuano a bloccare internet e le informazioni nel Paese. Nonostante l’indebolimento del potere, le forze di sicurezza di Teheran continuano a mantenere il controllo delle strade e a minacciare nuove repressioni.
La conferma, anche sul vero pensiero di Tel Aviv, arriva da un cablogramma del dipartimento di Stato americano visionato dal Washington Post secondo cui alti funzionari israeliani avrebbero detto ai diplomatici statunitensi che i manifestanti iraniani “verranno massacrati” se scenderanno in piazza contro il loro governo, nonostante lo Stato ebraico inviti pubblicamente alla rivolta popolare.