La trasparenza, pilastro delle democrazie occidentali moderne, potrebbe trasformarsi in una vulnerabilità strategica nell’opaco, silenzioso e insidioso mondo dell’intelligence. Questo è il timore che si sta diffondendo nei corridoi di Whitehall, dove il potere britannico deve fare i conti con le debolezze democratiche dell’Occidente, nella crescente competizione con l’Oriente.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, sono in molti a temere l’ipotesi che Pechino stia sfruttando la legislazione sulla libertà di informazione per raccogliere dati apparentemente innocui, ma potenzialmente sensibili se analizzati nel complesso. La Cina potrebbe aver già utilizzato questa falla del sistema britannico per ottenere informazioni non classificate ma estremamente utili. Un’attività che, se confermata, rientrerebbe in una strategia più ampia di raccolta dati da parte dell’intelligence cinese, sempre più interessata a ciò che, in superficie, non appare segreto, ma non è privo di rilevanza per chi sa cosa cercare e come unire i punti.
Il timore che il Dragone possa sfruttare - o abbia già sfruttato - le leggi britanniche per "raccogliere informazioni riservate" sulla sicurezza del Regno Unito, ha decisamente allarmato i vertici di Londra, già preoccupati per l'influenza di Pechino. Dopo la segnalazione fatta da funzionari del governo, possiamo ipotizzare vicini alla Quinta sezione del Military Intelligence, ossia il controspionaggio britannico più noto con l'acronimo di MI5, che hanno sollevato un forte dubbio sulla poca lungimiranza delle leggi sulla trasparenza che consentirebbero di raccogliere informazioni riservate su questioni direttamente collegate a difesa e sicurezza interna. Secondo fonti a conoscenza della situazione, i funzionari hanno individuato quello che sembra essere uno “schema coordinato di richieste di accesso agli atti riguardanti aree sensibili”.
I sospetti che Pechino, attraverso dei profili legati alla sua intelligence, sia il Guoanbu o l'intelligence militare, possa essere responsabile di una parte sostanziale di queste richieste, stanno disturbando il sonno leggero degli inquilini di Whitehall, destati e scossi da quello che gli esperti definiscono “effetto mosaico”: informazioni singolarmente irrilevanti che, una volta aggregate, possono restituire un quadro dettagliato di infrastrutture critiche, programmi di difesa o vulnerabilità sistemiche.
Questa condizione problematica è frutto di una lacuna normativa che riguarda il Freedom of Information Act (FOI) introdotto nel 2000 dal governo di Tony Blair, che richiede formalmente l’identità del richiedente ma, nella pratica, abilita l’accesso alle informazioni dopo controlli non restrittivi e talvolta senza una verifica obbligatoria. Questa falla del sistema rende estremamente difficile risalire all’origine effettiva della richiesta di accesso, e non fornisce la capacità di distinguere semplici ricercatori universitari da potenziali attori ostili.
La richiesta di un “intervento urgente per colmare questa vulnerabilità” avanzata da membri del Parlamento ha evocato il rischio che "soggetti legati a potenze straniere possano operare indisturbati sotto falsa identità”, dato che le esenzioni previste dalla legge, che impediscono la diffusione di materiale classificato, si sono dimostrate insufficienti nel tentativo di neutralizzare il problema.
Le preoccupazioni di Whitehall si stanno concentrando sulle numerose richieste di accedere a file riguardanti programmi di difesa, infrastrutture di sicurezza informatica e rapporti tra Stati, ma anche su quelle che riguardano le università e l’industria privata. Tutti campi che possono trovare collegamenti con l’apparato di sicurezza e possono avere implicazioni rilevanti sul piano strategico.
Secondo quanto reso noto, il Ministero della Difesa britannico, presieduto da John Healey, afferma di aver già adottato alcune contromisure, sospendendo la pubblicazione online delle risposte alle richieste FOI, ufficialmente in attesa di un nuovo sistema, ma anche per limitare l’accesso aggregato a informazioni sensibili. Una valutazione condivisa anche dalla commissione parlamentare per l’intelligence e la sicurezza, che ha evidenziato il forte interesse di Pechino per le informazioni non classificate e sta vagliando altre contromisure per garantire la libertà d’informazione nel rispetto della priorità principale: la sicurezza nazionale.
Resta tuttavia paradossale come il sistema sviluppato per garantire trasparenza e controllo democratico rischi di diventare uno strumento pericoloso nelle mani di un avversario con intenzioni opache.