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Washington punta il dito contro Pechino: dubbi su un test nucleare a Lop Nur

Washington cita dati sismici su Lop Nur e ipotizza un test nucleare supercritico cinese del 2020; Pechino e Mosca negano, mentre si riapre il nodo CTBT e la tenuta del New START in scadenza nel 2026.

Washington punta il dito contro Pechino: dubbi su un test nucleare a Lop Nur
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Secondo quanto riportato da Newsweek, un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha reso note ulteriori informazioni su un presunto esperimento nucleare condotto dalla Cina nel 2020. Le dichiarazioni riaprono il confronto tra le principali potenze atomiche e alimentano il dibattito interno a Washington sulla possibilità di rivedere la moratoria unilaterale sui test con rilascio di energia nucleare, qualora emergessero prove di attività analoghe da parte di altri Stati dotati di capacità strategiche.

Cosa sappiamo

La questione richiama il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (CTBT), firmato nel 1996 da Stati Uniti, Cina e Russia, che vieta qualsiasi esplosione nucleare a fini militari, in superficie, nel sottosuolo e nello spazio. Pur non essendo mai entrato formalmente in vigore per la mancata ratifica di alcune potenze chiave, il trattato ha dato origine a una moratoria di fatto rispettata per oltre vent’anni.

Oggi, tuttavia, l’equilibrio costruito negli ultimi decenni appare più fragile. Il New START, ultimo accordo bilaterale tra Washington e Mosca che limita il numero di testate strategiche dispiegate e dei vettori intercontinentali, scadrà il 5 febbraio 2026. L’assenza di un’intesa sostitutiva potrebbe ridurre ulteriormente i meccanismi di trasparenza e verifica, incidendo sulla stabilità dell’intero sistema di deterrenza.

L’evento sismico di Lop Nur

Nel corso di un intervento presso l’Hudson Institute, Christopher Yeaw, vice segretario aggiunto per il controllo degli armamenti, ha illustrato le valutazioni statunitensi relative a un evento registrato il 22 giugno 2020 alle 9:18 ora locale nei pressi del sito di Lop Nur, nella regione autonoma dello Xinjiang. Il segnale, di magnitudo 2,75, è stato rilevato anche da una stazione del sistema internazionale di monitoraggio situata a Makanchi, in Kazakistan, parte della rete globale predisposta per individuare eventuali esplosioni nucleari sotterranee.

Secondo l’interpretazione fornita dagli Stati Uniti, la traccia sismica non sarebbe compatibile né con detonazioni sequenziali tipiche delle attività minerarie né con un terremoto naturale. L’ipotesi ritenuta più plausibile è quella di un’unica esplosione di natura supercritica. È stata inoltre evocata la possibilità che sia stata impiegata la tecnica del “decoupling”, che consiste nel far detonare l’ordigno all’interno di cavità sotterranee capaci di attenuare la propagazione delle onde sismiche e quindi di rendere più difficile l’identificazione dell’evento.

Le valutazioni rese pubbliche da Jeffrey Lewis, del Middlebury Institute of International Studies, indicano che una magnitudo Mb di 2,7 nell’area di Lop Nur potrebbe equivalere a circa 18 tonnellate di esplosivo. Se l’esplosione fosse stata completamente disaccoppiata, la resa effettiva potrebbe collocarsi tra 400 e 700 tonnellate. Si tratta di valori relativamente contenuti rispetto alle detonazioni nucleari storiche del Novecento, ma comunque significativi sotto il profilo tecnico.

Un’analisi satellitare diffusa dal Center for Strategic and International Studies non ha fornito elementi conclusivi per confermare o smentire definitivamente l’ipotesi di un test sotterraneo, sottolineando l’estensione e la complessità dell’area interessata.

Le reazioni di Pechino e Mosca

Le autorità cinesi hanno respinto con fermezza le accuse. Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata cinese negli Stati Uniti, ha dichiarato a Newsweek che le affermazioni americane sarebbero prive di fondamento e finalizzate a giustificare un’eventuale ripresa dei test da parte di Washington. Pechino ribadisce il proprio sostegno alla moratoria e al regime internazionale di non proliferazione.

Anche Mosca ha escluso qualsiasi coinvolgimento. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che né la Federazione Russa né la Cina avrebbero condotto esperimenti nucleari, sottolineando l’assenza di dati condivisi che dimostrino il contrario.

Secondo le stime del Dipartimento della Difesa statunitense, l’arsenale cinese avrebbe superato le 600 testate operative e potrebbe raggiungere o superare le 1.000 unità entro il 2030. Questo andamento rafforza la configurazione tripolare del sistema strategico globale.

Resta da chiarire se e a quali condizioni Pechino accetterà di partecipare a negoziati multilaterali sul controllo degli armamenti, finora subordinati a una riduzione preventiva degli arsenali statunitense e russo, ancora quantitativamente superiori. In assenza di nuovi accordi vincolanti, la stabilità strategica internazionale potrebbe risultare ulteriormente esposta a tensioni e rivalità tecnologico-militari.

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